di Roberto Salvan

Bellezza

In un mondo ideale il patrimonio culturale e artistico non dovrebbe essere una semplice entità amministrativa, né una categoria economica: è l’eredità dei nostri padri, il retaggio di tante generazioni che ci hanno preceduto. Il patrimonio appartiene ai figli e, come tale, narra e spiega la storia, ci definisce come famiglia di appartenenza e, soprattutto, ci dovrebbe vedere uniti intorno ad un’unica idea di comunità.

In quanto tale, il patrimonio non è mai un bene comune da sfruttare, al contrario è da tutelare. Questa distinzione non è un passaggio neutro e oggettivo, ma una precisa visione politica per il presente e il futuro. In un’ottica di partecipazione e diritti lo sfruttamento è sempre a vantaggio di pochi, mentre la tutela tende a favorire tutti (ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, viventi, generazioni passate e future).

Bellezza

Tutelare il patrimonio storico artistico italiano, passato, presente e futuro, non è solo custodire quadri, obelischi, chiese e ville, ma l’intero tessuto di natura e arte, immagini e parole, luoghi, storia e idee che ci avvolgono, ci danno forma come Nazione anche se facciamo molta fatica a comprenderlo. Perché il vero capolavoro dell’arte italiana è il contesto: l’arte è una sola cosa con la natura (Viaggio in Italia di J.W. Goethe).

La nostra Carta Costituzionale ha raccolto tutto questo nell’art. 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Quella coraggiosa visione del 1948, in cui la tutela veniva posta tra i principi fondamentali della Costituzione repubblicana, poneva il nostro Paese all’avanguardia, un vero e proprio salto di qualità senza precedenti. La custodia da parte dello Stato di un bene comune, o di altra entità pubblica, ha un valore nella sfera della qualità, e in quanto tale deve essere condiviso con l’intera collettività.

In molte occasioni l’Italia è stata ed è ancora chiamata il Bel Paese, un appellativo che viene da lontano. Prima Dante, nell’Inferno, e poi Petrarca, nel Canzoniere, l’hanno definita così circa 700 anni fa. Eppure, questa definizione, molto nota anche all’estero, che dovrebbe essere per noi tutti un segno distintivo e di dignità, viene sottovalutata o, peggio, ignorata, e da molti viene vissuta come un peso o un vincolo a cui sottostare, spesso a malincuore. Tutelare il Bel Paese, in molte situazioni, viene interpretato come una possibile contrapposizione ad ogni forma di sviluppo o crescita economica. E tutto questo come si concilia con la pandemia e la necessità di ripartire?

Ormai è più di un anno che, a causa dell’emergenza sanitaria globale, stanno crescendo tensioni sociali e rivendicazioni di tipo economico obbligando le autorità a prendere decisioni immediate e di rapido impatto per poter ridurre la diffusione del virus. Le priorità sembrerebbero sempre altre e quasi sempre il patrimonio culturale non è mai inserito tra gli strumenti prioritari e utili per superare le fasi acute dell’emergenza. Eppure, il patrimonio artistico e culturale potrebbe dare un contributo duraturo per rafforzare la coesione sociale in seno alla comunità locale e nazionale. Potrebbe essere il “giusto cibo” per la nostra anima, a volte spersa e sconsolata. Nel corso della pandemia, nella situazione di massima emergenza, si è sempre scelta la chiusura di teatri, cinema, musei, biblioteche, siti archeologici, fino a università e scuole, per citare i più significativi. Il patrimonio culturale del Paese è stato vissuto come un orpello, in particolare quando si devono far quadrare i conti pensando alla produzione industriale, agli attacchi dei mercati finanziari e alla nostra scarsa affidabilità di tenuta politica.

In queste settimane, con il nuovo anno, è partita la campagna globale di vaccinazione: ora si tratta di usare al meglio i vaccini a disposizione, ridurre l’impatto della pandemia e la tragica perdita di vite umane. Ma come ripartiremo dopo la pandemia? Quale lezione avremo imparato? Gestiremo al meglio le ingenti somme di denaro che ci pioveranno addosso? Quale spazio avranno quei settori legati alla cultura, all’educazione, alla tutela dei beni comuni? Saremo pronti a partecipare più direttamente nella vita sociale? È proprio vero che tutto è andato e andrà bene?

Nel nostro piccolo proviamo a dare delle risposte. Possibilmente di senso, rivolte direttamente alle motivazioni personali che dovrebbero muovere ogni retaker.

Partiamo da tre parole: Dignità, Bellezza e Cura. Ma non le consideriamo a sé stanti: le inseriamo in un Circolo Virtuoso, cioè in una struttura circolare che evidenzi la relazione stretta che le lega, l’interagire reciproco, il possibile percorso per avviare un processo di tutela e educazione al patrimonio culturale. Scrive Tomaso Montanari (storico dell’arte): “Educare al patrimonio vuol dire permettere una liberazione: riaprire gli occhi, rimettere in moto il corpo, accendere il cervello. Riprendersi una bellezza della quale abbiamo perduto le chiavi, riconquistare una felicità che abbiamo dimenticato”. E ancora, opponendosi con forza alla mercificazione del patrimonio culturale, aprire gli occhi per Montanari vuol dire:” essere cittadini e non clienti; visitatori e non consumatori, educatori di noi stessi e non contenitori da riempire”.

Questa ipotesi di Circolo Virtuoso di Dignità – Bellezza – Cura potrebbe diventare, in un’ottica Retake, una leva motivazionale personale affinché ognuno si trasformi e testimoni il suo essere cittadino impegnato a custodire ciò che abbiamo ricevuto in eredità. Ha scritto un retaker recentemente sui social: come risvegliare dal torpore la maggioranza silenziosa e dalla rabbia la minoranza rumorosa? Una risposta potrebbe venire da queste righe di Montanari: “Se abbiamo ancora una speranza di rimanere cittadini, e di non essere ridotti a sudditi, anzi a schiavi, del mercato, questa speranza è legata alla forza vitale della nostra dignità. E la dignità della nazione italiana è rappresentata, alimentata, sorretta dal paesaggio e dal patrimonio storico e artistico come da poche altre cose” (Tomaso Montanari, “Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà” – Minimum Fax, 2014).

La Dignità è inviolabile, rappresenta il diritto fondamentale di ognuno: il rispetto di sé stesso. Leggiamo l’inizio dell’art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale …”. Siamo così garantiti ad aver un nome e ricevere dalla comunità di riferimento gli strumenti morali, culturali e concreti per raggiungere una dignitosa qualità della vita. È un diritto che va garantito, guidati da politiche di equità verso chi è in difficoltà, gli esclusi, chi vive ai margini e in solitudine. Il nostro progetto del Gruppo RETAKE per una Comunità Solidale ha avviato un percorso, iniziando a creare rete con altre realtà del Terzo Settore, per rispondere con un gesto di inclusione sociale verso chi vive nel disagio. Insieme ai volontari, chi si accosterà al progetto Retake, potrà restituire dignità sia alla città che a diverse decine di persone in difficoltà, nel tentativo di dare responsabilmente senso alla propria esistenza. Questa doppia missione di Retake, verso la città e verso chi vive in povertà e ai margini, darà un contributo importante per contrastare “la cultura dello scarto”, come dice Papa Francesco. Uno scarto che con dignità potrà risollevare la testa e prendere parte alla vita sociale come cittadino attivo, di una comunità che prova ad essere solidale.

La Bellezza ha a che fare con la qualità della vita e del ben-vivere. In questo contesto non ci interessa descrivere e trattare una bellezza oggettiva e assoluta, ma profondamente personale e vincolata alle relazioni di contesto umano e ambientale in cui ciascuno vive. La qualità della vita ha, quindi, a che vedere con la costruzione sociale della bellezza che si esprime attraverso relazioni, comportamenti ed esperienze che si riflettono nel quotidiano. A titolo di esempio: la bellezza percepita della natura e del paesaggio, l’armoniosa vivibilità di certi contesti urbani (zone pedonali, giardini, aree di silenzio), la bellezza di centri urbani di città grandi e medie, dei piccoli borghi, delle dimore di campagna con le loro eredità storiche che sanno esprimere il proprio “spirito del luogo” (genius loci), le feste tradizionali che invitano alla convivialità, la cultura eno-gastronomica locale in un’ottica slow food, la musica popolare e l’arte in tutte le sue variegate espressioni, senza

dimenticare quanta bellezza sanno trasmettere l’artigianato, il design, la moda… La bellezza è relazione sociale, è quindi parte di un continuo processo di mutamento sociale che può generare anche instabilità e tensioni a causa delle sempre maggiori disuguaglianze. A queste tensioni, generate da povertà economiche e educative, non si può rispondere con denaro a pioggia e assistenzialismo che non educano, ma con progetti culturali diffusi e di lungo periodo, costruiti dal basso, mobilitando associazioni territoriali, reti educative, scuole, università … Un percorso di educazione al patrimonio culturale e storico – a tutto tondo – e alla bellezza, come leva ideale e morale per ciascuno per la costruzione di una maggiore coesione sociale, verso una società più equa. Un investimento a lungo termine a cui anche Retake Roma può dare un suo contributo attraverso interventi mirati sul territorio, e alleandosi con altre associazioni specializzate sul patrimonio artistico, culturale e storico della città. Iniziative già realizzate in passato con RETAKE Cultura e che andrebbero rivitalizzate appena la pandemia sarà oltre.

Il patrimonio culturale e la bellezza hanno bisogno di Cura. Una cura costante e gentile che chiede la partecipazione più ampia dei cittadini, nessuno escluso, dai bambini delle materne agli anziani che si incontrano nei Centri Anziani della città. È un invito rivolto alle persone di buona volontà per definire assieme “la grammatica della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato” (Papa Francesco 2021). Retake Roma più che al freddo e semplicistico decoro, e a tutta la retorica che l’accompagna insieme alle inevitabili polemiche, dovrebbe far propria la cura del bene comune creando o rinnovando luoghi di incontro abbandonati e trascurati (giardini, piazze, spazi pubblici all’aperto e non …) con finalità ben precise. Luoghi che, dopo la pandemia, possono diventare la giusta cura per ritrovare, o definire per la prima volta, la comunità di quartiere, per avviare il dialogo tra associazioni e tra generazioni, per rigenerare il tempo del gioco e dell’incontro, per incoraggiare lo scambio di esperienze, storie e culture diverse. Si tratta di riprogettare, attraverso piccoli passi condivisi, luoghi che mettano insieme cittadini, associazioni e istituzioni perché, oltre al vaccino contro il virus, abbiamo bisogno di “educare il cuore alla cura, ad avere care le persone e le cose” (Papa Francesco 2021). Ma in questo sforzo per la cura dei beni comuni e per migliorare la qualità di vita, abbiamo bisogno di coinvolgere anche il mondo produttivo, i commercianti, il mondo economico in generale purché l’adesione non sia una sorta green-washing momentaneo ma una adesione convinta e partecipata. In un’ottica di cura dei beni comuni, inserita in una strategia di “rigenerazione sociale” delle ferite causate dalla pandemia, i progetti In RETAKE e RETAKE Aziende dovranno essere rafforzati in previsione della “ripartenza” dei prossimi mesi. Una città che sembra fare fatica a riacquistare una propria dignità, a riprendere un cammino, non in modo occasionale ed emotivo, ma con la voglia di incidere concretamente e positivamente per una migliore qualità della vita, il ben-vivere. Insieme, perché, come dice Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo”.

Bellezza

Alla domanda che spesso ci viene fatta da chi incontriamo in strada: ma perché proprio io devo farmi carico della cura di questo? La risposta non può essere che: per la tua dignità e per ritrovare una bellezza che ci fa star bene insieme. Appunto un Circolo Virtuoso: la premessa per ogni crescita sociale ed economica da innestare in un tessuto umano che vuole diventare la comunità della cura.

In tutto il Paese, da nord a sud, nelle grandi città come nei borghi, decine di migliaia di cittadini si stanno prendendo cura di parchi, scuole, piazze, beni culturali, teatri, sentieri, spiagge, boschi, aree abbandonate e tanti altri beni pubblici sia materiali, come quelli appena citati, sia immateriali, come la legalità, la memoria collettiva, i canti popolari o i dialetti”. (Gregorio Arena, 2020 Presidente di Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà) .