Raffaele Malizia

“Colui che ispira fiducia e spinge ad agire si chiama leader“. Raffaele, di recente ho letto una retaker scrivere questo di te. Io penso che questo riferimento ti si addica.

Grazie. Devo dire in realtà che io sono entrato dentro Retake con molta discrezione iniziale e ho cercato di guadagnarmi la fiducia sul campo.

Come è andata?

Circa cinque anni fa si era fatto strada in me il desiderio di portare avanti un’attività nel Rione Monti, dove abito, volta a riqualificarne i luoghi e rivitalizzarne il tessuto sociale. La prima occasione che mi si offerse fu in occasione di una festa di strada che per alcuni anni abbiamo organizzato l’11 novembre, nel giorno di San Martino. Era vivo in me e negli altri organizzatori l’obiettivo di ricostruire uno spirito comunitario per cui io approfittai della mia recente conoscenza di un gruppo locale di Retake per fare rete e li invitai a partecipare. Quel giorno feci la conoscenza di Carmen Fasano, Sabrina Bittoni, Cassandra De Maria, Alexandra Anca Sarpe. Fu una manifestazione di grande successo alla quale presero parte anche i bambini e io apprezzai molto lo spirito disinteressato dei retaker, focalizzato sulla cura del bene comune, molto vicino ai miei intenti. A seguito di questo incontro decisamente proficuo presi parte a qualche evento Retake rimanendo per mia volontà praticamente nell’ombra. Di lì a poco scoprii che in realtà il gruppo Retake di Monti era quasi fermo: cercava di seguirlo Sabrina Bittoni che però abitava in un quartiere lontano. Valeva quindi la pena di tentare di rilanciarlo e mi sono offerto di farlo io.

Come ti sei organizzato?

Ho avuto subito chiara la stessa finalità che mi aveva spinto ad agire sin dai primi tempi, vale a dire adoperarsi a vantaggio di una comunità. Scelsi di farlo programmaticamente partendo dagli operatori economici su strada. Dopo aver effettuato molti giri conoscitivi arrivai a creare una Rete d’Impresa dei Commercianti di Monti, in risposta a un bando della Regione Lazio. Organizzammo un’altra Festa di San Martino, arricchita in quella edizione dalla presenza di artigiani, figure professionali ancora vitali nel nostro quartiere, di attività particolari e negozi di vicinato. E’ stata senza dubbio un’esperienza che ha contribuito a rivitalizzare la comunità locale e ha offerto a me l’opportunità di convogliare decine e decine di esercenti nella rete In Retake.  A questo fine ho promosso Protocolli d’Intesa tra le Reti d’Impresa dei Commercianti e Retake Roma. Questo sodalizio ci ha poi portato a vivere con grande unione di intenti e concretezza di azioni alcune giornate di riqualificazione, ad esempio in Via Merulana e dintorni, durante le quali molti commercianti hanno condiviso operativamente o economicamente l’opportunità di prendersi cura delle pertinenze dei propri esercizi, sostenuti dal nostro supporto. E’ stata la rinnovata dimostrazione di come il successo di un’iniziativa sia proporzionale alla sua declinazione comunitaria.

Tu hai dato il via dentro Retake a un preciso modello gestionale.

Direi di sì, tanto è vero che a seguito del pieno successo di queste iniziative con il gruppo di retaker residenti nella mia zona che stava riprendendo vigore decidemmo di vederci con costanza e frequenza settimanale per decidere insieme come meglio programmare e organizzare i nostri interventi: è stata un’esperienza collettiva che ci ha impegnato per diverso tempo.

Non sei proprio persona che ami l’estemporaneità.

Non si concilia con l’obiettivo di costruzione comunitaria che mi sono sempre prefisso e neanche con l’attività manageriale che svolgevo prima di andare in pensione. Ho sempre pensato che qualunque sia il progetto che si ha in mente, se si vuole che raggiunga davvero gli obiettivi prefissi necessita di due elementi essenziali: una chiara visione che ne costituisca la base di riferimento ideale e una solida ed efficiente organizzazione, senza la quale il concreto rischio che si corre è il velleitarismo. E la misura del successo è data dai concreti risultati che si conseguono, non dalle belle parole. Tornando agli incontri, quindi, devo dire che si sono rivelati proficui, prendevamo decisioni partecipate, ragionavamo insieme sulle priorità. Da quei confronti, ad esempio, nacquero i micro Retake, interventi periodici di manutenzione in luoghi nei quali eravamo già passati: volevamo comunicare l’idea che un luogo risanato potesse essere mantenuto tale e volevamo abbassare il livello della polemica sollevato da parte di quei cittadini convinti della inutilità e aleatorietà della nostra azione. Di quel periodo di confronto collettivo ricordo come cruciale la codecisione. E codecidemmo di volgerci verso le Scuole. Ci siamo occupati dell’Istituto Superiore Leonardo da Vinci di Via Cavour ma è stato al Liceo Pilo Albertelli che abbiamo avviato e seguito una splendida esperienza di alternanza Scuola/Lavoro

Raffaele Malizia

Fu la prima per Retake.

Sì, infatti non se ne comprese immediatamente e diffusamente la portata o forse scoraggiava l’impegno, che fu in effetti notevole e purtroppo dimezzato rispetto alle nostre iniziali intenzioni poiché, a causa del passaggio da un Governo all’altro, vennero ridotte del cinquanta per cento le ore destinate a questa attività. Quello che più conta tuttavia è l’acquisizione di consapevolezza nei ragazzi, che erano stati orientati a co-progettare interventi con noi: alcuni di loro sono diventati retaker a tutti gli effetti e prendono tuttora parte ai nostri eventi

Tu ti sei anche occupato della zona Esquilino

Negli ultimi tempi, in particolar modo, ho sentito l’esigenza di aderire a Portici Aperti, una rete di associazioni che gravita intorno a Piazza Vittorio e che un anno fa aveva la determinata intenzione di organizzare un pranzo sociale sotto i portici in favore dei senza fissa dimora, tanti dei quali dormono sulle strade intorno alla Piazza o sotto i portici. Non potevo che sottoscrivere la bontà dell’iniziativa ma mi sono speso perché vincesse il principio che mangiare in un luogo così altamente degradato non avesse alcun senso. Decidemmo quindi di progettare un’iniziativa di riqualificazione dei portici dove si sarebbe fatto il pranzo, coinvolgendo i commercianti, i residenti e i senzatetto. Poi purtroppo è tutto naufragato a causa dell’epidemia e del primo lock down.

In quei mesi di quasi totale fermo ti sei dato comunque un gran da fare.

Ho deciso, insieme a mia moglie Marina Peci, di organizzare la partecipazione all’iniziativa promossa da SORTE “Distanti ma uniti”, grazie alla quale abbiamo sostenuto 300 famiglie per tre mesi. Ero convinto di quello che facevamo perché era in linea con il mio convincimento che le nostre forze andassero e debbano sempre essere spese in favore della Comunità, per le persone: alla fine sono sempre gli altri il vero obiettivo della nostra azione di cura dei beni comuni perché ciò a cui aspiriamo è il “bene comune”.

E’ stato il tuo costante filo conduttore.

Sì, consapevole e radicato, al punto che a fine estate mi sono chiesto come avremmo potuto scongiurare il rischio che la rete di relazioni che avevamo intessuto a primavera si allentasse, che potessimo non trarre frutto da quella esperienza. E poi abbiamo tutti convenuto che fosse necessario andare oltre l’aiuto per la semplice sopravvivenza: le persone devono vivere, non sopravvivere. E così è nata l’dea di formalizzare il progetto “Retake per una Comunità solidale”.

Grazie a te è nato un format.

Grazie agli altri che con me hanno condiviso questa prospettiva. Un format che, come dicevo, è in assoluta linea di continuità con la mission di Retake: dalla cura dei Beni comuni alla costruzione di una Comunità solidale. Ed è un format che ho ideato e declinato operativamente insieme con Marina, che mi ha accompagnato fin dall’inizio in questa nuova avventura.

Questa avventura si rinnova settimanalmente da qualche mese a Colle Oppio.

Esattamente, adesso lo tocchiamo sempre più con mano.

Raffaele Malizia

Raccontaci il lavoro preparatorio, la rete di relazioni che hai dovuto tessere prima dell’inaugurazione del progetto, il 17 a gennaio 2021 a Colle Oppio.

Ci siamo rivolti alla Caritas, a SO.R.TE. e alla Parrocchia locale di San Martino ai Monti e abbiamo spiegato che occorreva andare oltre l’assistenza passiva: gli ospiti della Mensa Caritas e dei servizi docce della Parrocchia, esattamente le persone che avremmo avvicinato, avrebbero dovuto sentirsi accettate, percepire il senso e la dignità di quello che sarebbero stati invitati a fare, essere parte attiva della comunità. Ci proponevamo di abbassare il livello di xenofobia nei loro riguardi, volevamo che gli abitanti del rione potessero guardarli sotto un’altra luce, che arrivassero a viverli come una risorsa e non come un problema. E quando una persona senza casa dona il suo impegno per curare la casa degli altri il messaggio è molto forte, raggiunge il cuore degli altri aprendolo immediatamente a un nuovo sentire. Il progetto è piaciuto molto. Il Primo Municipio ha lanciato un Patto di Comunità tra tutte le associazioni impegnate nell’integrazione sociale e ha aderito al nostro con un Protocollo d’Intesa.

Dipanati gli aspetti burocratici il progetto è diventato una realtà palpitante che registra settimanalmente nuovi ingressi.

Noi ci mettiamo la nostra expertise, le nostre competenze e soprattutto siamo aperti al dialogo con i nostri nuovi amici che ci seguono fedelmente, dando prova di apprezzare molto l’appuntamento settimanale che organizziamo grazie all’impegno appassionato degli altri admin e dei retaker di Monti-Colle Oppio, e non solo. Di nuovo, il fulcro è il gruppo che ha deciso di condividere il percorso, in cui ciascuno mette del suo. E qui non posso non citare Christophe Hassen, Rossella Verdosci e Gianni Rinaldi che, con Marina, sono punti di riferimento fondamentali di questa esperienza solidale al Colle Oppio. E poi Ibrahim, Dominic, Austine, Louis, Ebrima, Mohamed, Kalam e tutti gli altri che come loro hanno dato gambe, braccia e cuore a questo progetto.  Un progetto che si sta estendendo ad altre parti di Roma: a breve, grazie all’impegno di Sabina Damato e Giuseppe Romiti, partiranno esperienze simili a San Paolo e a San Lorenzo.

In che modo avviene la socializzazione?

Con semplicità, innanzitutto attraverso il lavoro strettamente condiviso. In questa fase abbiamo iniziato a fare delle interviste conoscitive finalizzate a successivi potenziali percorsi di formazione certificata e, ci auguriamo, a un futuro inserimento lavorativo delle persone. Naturalmente in questo percorso non siamo soli perché la nostra mission non è questa, ma lavoriamo con altre associazioni (LabOsProfs e La Compagnia degli Ultimi) e con il I Municipio: questo è il senso e il valore aggiunto di una rete. Solo un approccio a rete può consentire di far emergere le sinergie possibili: un approccio complesso, da gestire con grande attenzione, ma certamente il più efficace a risorse date.

Questo progetto è carico di idealità e concretezza!

L’idealità, senza il lavoro concreto, è astratta ma anche la concretezza senza un respiro ideale che la accompagni ha una valenza minore. Noi stiamo crescendo insieme, come una comunità solidale, e la speranza è che questo si traduca per molte delle persone più disagiate in un riscatto reale della dignità personale. Dal ben-essere individuale può nascere quello collettivo ma senza quest’ultimo nel proprio essere resterà sempre qualcosa di incompiuto. Il nostro sforzo mira a connettere in modo sempre più forte e consapevole i due lati della medaglia.   

Raffaele Malizia