articolo di Raffaele Malizia

Fra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu per l’Agenda 2030 al primo posto c’è la drastica riduzione della povertà (1. Sradicare la povertà in tutte le sue forme e ovunque nel mondo). Oggi più di 800 milioni di persone – delle quali circa il 70 per cento sono donne – vivono in condizioni di estrema indigenza (persone che hanno un reddito inferiore a 1,25 dollari al giorno).
All’interno di tale obiettivo, l’Onu pone forte enfasi sulla necessità di “rinforzare la resilienza dei poveri e di coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità e ridurre la loro esposizione e vulnerabilità a eventi climatici estremi, catastrofi e shock economici, sociali e ambientali”. La pandemia che ci ha investito è uno di tali eventi: l’emergenza sanitaria ha fatto prorompere quella economica e sociale.
Un secondo obiettivo consiste nel “Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età”.
E ancora, nella griglia dei 17 obiettivi, assume un rilievo fondamentale l’esigenza di Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili.
Tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 concorrono peraltro a definire un quadro organico capace di tracciare le direttrici di uno sviluppo sostenibile, ossia attento in modo simultaneo alle dimensioni economica, sociale ed ecologica. Ogni obiettivo rappresenta la tessera di un mosaico che può prendere realmente forma se tutti i tasselli sono compresenti. I tre ora richiamati costituiscono uno degli assi portanti senza il quale non solo il disegno del mosaico diventerebbe indistinguibile ma crollerebbe la stessa base in cui le tessere vanno incastonate.
Oggi la povertà nelle città è una emergenza che incide inesorabilmente sul benessere delle persone più vulnerabili e, di riflesso, su quello dell’intera collettività che nelle città vive e lavora. Una città inclusiva e sostenibile, in cui gli spazi sono accessibili e il bene comune è rispettato e condiviso, è una città che pone al primo posto il benessere dei suoi cittadini, a partire da quelli che strutturalmente o per le contingenze avverse del momento sono caduti in povertà.

Una città aperta, inclusiva e accessibile, capace di dare a tutti i suoi abitanti occasioni e condizioni di vita dignitose, costituisce il contesto in cui ciascuno può avere maggiori opportunità per conseguire livelli di benessere più elevati e goderne più profondamente sapendo che anche gli altri hanno le medesime possibilità, non sono condannati alla disperazione: nuotare in una piscina nel deserto sotto lo sguardo di chi sta morendo di sete non è proprio il massimo del benessere individuale!
Il nostro mal-essere, infatti, non è indipendente dal malessere che ci circonda: il ben-essere individuale è una condizione che implica compartecipazione, richiede una comunità solidale. Una comunità che sappia prendersi cura delle persone che la compongono, dei luoghi in cui quotidianamente vivono, in cui nessuno e nessun luogo sia abbandonato al degrado perché l’ambiente esterno influisce – in positivo o in negativo – su ciascuno di noi così come il nostro stato interiore, il nostro ben-essere o il nostro mal-essere, si riflette inesorabilmente sull’ambiente, che ne diventa lo specchio.
Per questo Retake si prende cura dell’ambiente, come mezzo per prendersi cura delle persone, come tramite irrinunciabile per accrescerne il benessere.
E per le stesse ragioni, nell’emergenza determinata dalla pandemia, con il progetto per una comunità solidale Retake oggi si spende anche per portare soccorso alle persone più vulnerabili, offrire un supporto che consenta loro di superare le difficoltà in cui sono cadute affinché non sprofondino nella disperazione e possano avere una possibilità in più di riscatto, di rinascita: quella stessa possibilità che vogliamo rendere una reale prospettiva per l’ambiente in cui viviamo. Vogliamo che persone e cose si affranchino dalla povertà e non cadano nell’inerzia, mentale prima ancora che materiale, che fatalmente la povertà crea; vogliamo che persone e cose siano asset per generare ricchezza, salire di livello, contaminarsi a vicenda in un processo virtuoso di creazione di valore.
Per questo serve una comunità solidale, in cui ciascuno comprenda che impegnarsi per la cura dei beni comuni è un esercizio di grande consapevolezza, non è solo tenere un luogo pulito e accogliente. E’ il modo per prendersi cura del bene comune più importante: la comunità stessa.
Con il progetto per una comunità solidale, insieme ad altre associazioni che a vario titolo prestano assistenza alle fasce più deboli della popolazione – come SORTE, Margherone fa cose, Missioni MVC e Sogno nel cassetto – Retake Roma ha iniziato a operare con la distribuzione di pacchi di spesa alle famiglie cadute in stato di bisogno; ora il progetto prosegue con l’ambizione di unire gli sforzi delle stesse associazioni e di altre che vorranno cooperare, di persone in condizioni di disagio economico, degli operatori economici di strada, dei cittadini, intorno a iniziative di rigenerazione urbana che siano da tutti vissute come occasioni di riscatto, momenti concreti di solidarietà, opportunità di una nuova ripartenza.
Due sono al momento le iniziative su cui stiamo sviluppando l’interlocuzione e costruendo le alleanze, una a San Paolo nell’area in cui insistono i giardini di largo Riccardi, che vede come coprotagonisti diverse altre associazioni di quartiere, i commercianti dell’area, istituzioni ed enti pubblici, il secondo nell’area in cui opera la mensa Caritas al Colle Oppio e la parrocchia di San Martino ai Monti, che offrono servizi di ristorazione e di igiene della persona a coloro i quali versano in condizioni di estrema difficoltà, siano essi immigrati o nazionali residenti. Fra loro sono tanti quelli che hanno perso il lavoro, il reddito – per quanto precario – e la casa in cui abitavano prima che la crisi infierisse sulla loro condizione già fragile.

Tutti questi soggetti sono il nostro prossimo a cui vogliamo tendere la mano per costruire concrete esperienze di solidarietà, lavorare fianco a fianco per far riemergere la voglia di sentirsi utili, dare qualcosa al resto della comunità che si rivolge a loro per aprire una porta alla speranza e offrire loro opportunità per riconquistare la propria dignità di uomini e donne. E’ una strada ambiziosa e complessa ma che vale la pena percorrere fino in fondo perché alla fine del tragitto c’è un grande traguardo: aver gettato i semi di un diverso più profondo benessere su un terreno meno arido di quello che ora calpestiamo.

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