Marianella Sclavi

Marianella Sclavi è una delle maggiori esperte di gestione creativa dei conflitti, tecniche di mutuo apprendimento e ascolto attivo. Le sue riflessioni si basano su solidi studi di scienze sociali ma, ascoltandola, si intuisce che il brio e il buon umore sprigionato dai suoi discorsi non può nascere che da avventurose esperienze sul campo, il più delle volte vissute con soddisfazione. E che esperienze! Leggiamo dalla sua biografia (*) che dal 1984 al 1992 ha vissuto con la famiglia a New York, dove ha lavorato nel South Bronx. Tempi e luoghi tali che il conflitto nell’attuale periferia fuori il Grande Raccordo Anulare “je spiccia casa”, come si suol dire a Roma. Un principio fondamentale per Marianella è “far partecipare tutti, specialmente i più antipatici”. Nei nostri confronti è cortese e disponibile ma, captando alcuni punti deboli, non ce lo manda a dire, e ci infilza con critiche costruttive, sempre con il sorriso sulla bocca. Ma, rincarando la dose, ce ne ha anche per altri. Le sue osservazioni colpiscono, da una posizione credibile e autorevole, gli amministratori della nostra Capitale che, proprio in questi giorni, sono colti di sorpresa dai conflitti collegati alle loro scelte. Grazie al cielo, mano a mano che andiamo avanti, riesce a mettere in evidenza anche le nostre potenzialità. Si capisce che non gli siamo antipatici, tutt’altro. Dopo averci dispensato rari e utili consigli, che dovremo seriamente approfondire, ha riservato per noi parole di stima e d’incoraggiamento, ancora più preziose. Grazie Marianella!

Potete ascoltare una sintesi video dell’intervista seguendo questo link: SINTESI INTERVISTA

Cosa vuol dire “ascoltare in modo attivo”?

Vuol dire che, quando c’è un dissenso o una incomprensione, bisogna evitare di pensare di aver capito già tutto, anche se siamo assolutamente convinti di avere ragione. Significa provare a capire cosa l’altro ha in mente assumendo che possa avere delle buone ragioni, anche se entro una visione del mondo diversa dalla nostra. Significa uscire da un atteggiamento giudicante ed entrare in un “campo conversazionale”, in cui si valutano i pro e i contro delle posizioni avverse, trasformando, nella nostra percezione, le critiche in domande costruttive (maieutiche). In questo modo dimostriamo all’altro che è importante per noi e che abbiamo veramente intenzione di capirlo. E’ un modo per esprimere riconoscimento e rispetto, che motiva l’altro a collaborare nonostante le differenti opinioni. Una delle regole più importanti è, quindi, assumere che l’altro abbia ragione, anche se sembra abbia torto, e chiedergli di aiutarti a capire le sue motivazioni.

Si tratta di stabilire una relazione fra pari, si modifica il “campo conversazionale” per trasformarlo da campo di battaglia in uno spazio in cui si accoglie il contributo dell’altro per capire meglio. Deve essere chiaro che prima di decidere, ci si deve riunire per capire, ma, molto spesso questo non avviene perché abbiamo fretta di decidere, ed è un problema.

Marianella Sclavi

In che modo possiamo affrontare un potere politico e amministrativo che ha difficoltà ad ascoltarci?

Devono capire che il mondo è cambiato. I cittadini oggigiorno hanno la possibilità di informarsi sulle diverse opzioni possibili, praticate in altre realtà. Lo vediamo da quello che avviene in altri paesi, come in Francia, in cui la nuova convenzione per i cambiamenti climatici è stata elaborata grazie anche alla partecipazione di 150 cittadini. Bisogna prendere atto che le cose possono funzionare così ed è veramente medioevale che la nostra classe politica voglia rimanere aggrappata ai vecchi poteri. Non è questione di destra o di sinistra, è proprio trasversale!

Ma gli esperti che ruolo hanno in tutto questo?

Certo che servono gli esperti! Altrimenti le cose non potrebbero funzionare, ma non è questione di idee giuste o sbagliate, il problema è organizzare i “contenitori” giusti, dei “campi conversazionali” che consentono ai cittadini di interagire attraverso le dinamiche dell’ascolto attivo, della moltiplicazione delle opzioni e della coprogettazione. E’ così che in Islanda si è arrivati alla nuova Costituzione, tramite un processo di scrittura collettivo che ha coinvolto l’intera popolazione. E’ così che in altri paesi si scrivono i regolamenti di attuazione delle leggi. Si anticipano le inevitabili svariate critiche e opposizioni coinvolgendo i rappresentanti delle diverse opinioni alla loro elaborazione.

Ma questo non rischia di aumentare la conflittualità?

Se si sceglie il contesto assembleare classico sicuramente confliggeranno e si divideranno pro e contro le varie versioni, ma questo non avviene se il contenitore segue le regole: ascolto attivo, moltiplicazione delle opzioni, codecisione. E’ necessario che siano presenti tutte le posizioni. Per esempio se parlo di immigrazione ho bisogno sia dell’immigrato che porta la sua storia personale fatta di privazioni e speranze, sia della signora incazzata perché si è vista negare l’assegnazione della casa popolare, assegnata ad una famiglia extracomunitaria. Devono essere ascoltati entrambi.

Come procedere, nella pratica?

Bisogna creare un contesto in cui deve essere chiaro che nessuno, entrandovi, rischia di perdere la faccia. La spazialità non deve essere frontale, con le sedie in riga e fila, ma circolare. Il cerchio è la forma fondamentale della comunicazione fra pari. Quando i numeri sono grandi, le assemblee del XXi secolo hanno un approccio “gruppale”: tanti cerchi di max 10 persone, in un unico spazio e vi è un continuo scambio fra lavoro in plenaria e nei piccoli gruppi. Nel piccolo gruppo si tende ad essere più concreti e meno ideologici. Il problema è sempre lo stesso: di solito decidiamo su un dossier di scelte limitato, mentre dobbiamo avere la visibilità più ampia delle possibili opzioni. Continuiamo a ragionare con delle categorie troppo semplici, di solito iniziamo a ragionare chiedendo alle persone di cosa hanno bisogno. Ma, se ci pensiamo bene, vediamo che i loro bisogni dipendono dall’arco delle possibilità che hanno in mente e che danno per scontate. Poi, una volta esplicitate le possibili opzioni, non bisogna concentrarsi su ciò che divide, come si fa di solito, bensì su quello che unisce. Inoltre, nel vostro caso, se volete parlare di come migliorare il territorio, proponete una bella camminata di quartiere! Non sarà difficile trovare un’ampia gamma di opzioni di gradimento generale. Bisogna partire dal complesso per arrivare al semplice. Se volete crescere dovete dotarvi di questa attrezzatura di democrazia deliberativa, ma siete avvantaggiati, perché avete già uno stile concreto, che parte dal basso, sperimentale, lontano dalle astrattezze ideologiche e procedure vincolanti tipiche della pubblica amministrazione.

Parlando di gestione dei conflitti, perché non è sufficiente rispettare le norme di buona educazione quali ad esempio, evitare il turpiloquio e le offese facendo riferimento ad un astratto principio di “rispetto reciproco”?

Riflettendo su questi aspetti, mi sono resa conto che, paradossalmente, i gruppi più conflittuali sono spesso quelli che predicano la “non violenza”. Questo, secondo me, accade perché prevale l’idea che il conflitto bisogna evitarlo. Ma se le divergenze ci sono, e tu le rimuovi alla fine non sei più capace di gestirle. Al contrario il conflitto deve emergere per poterlo trasformare in occasione di apprendimento reciproco. Evitare il turpiloquio e le offese è una condizione necessaria ma non sufficiente. La buona educazione che serve oggigiorno non è quella che impedisce ai conflitti di emergere, ma quella di chi li sa affrontare in modo creativo.

A proposito, come possiamo interagire con chi non accetta i nostri interventi?

Secondo me voi avete un problema: non dovete apparire come quelli che decidono, al posto degli altri, quelli che si arrogano il diritto di decidere cos’è giusto o sbagliato. L’obiettivo è avere una società più capace, più responsabile e matura, capace di prendere una decisione congiunta. Invece la società va sempre più nella direzione di un isolamento del cittadino nella sua gabbia, sempre più inabile a parlare con gli altri, anche perché nessuno gli dà l’opportunità di farlo. E’ molto importante che ognuno si prenda carico di organizzare un rapporto con la comunità prima di intervenire su un luogo, E’ assolutamente importante interagire con chi lo abita e far venire da loro l’idea di cosa è desiderabile. Invece di rivolgervi ai cittadini chiedendo cosa pensano di ogni singolo problema da voi individuato, per es, pulire un muro imbrattato,” lo puliamo si o no?”, elaborate con loro una visione in cui la pulizia del muro è un dettaglio accanto ad altri come: la gestione dei rifiuti, del verde, la mobilità ecc. Se si riesce a costruire questa visione ampia comune su cui basare la convivenza è molto più facile stabilire priorità e modi di un vostro intervento. Il vostro problema è di allargare la visione e coinvolgere le persone per farle partecipare all’elaborazione di questa visione. Conquistare la loro fiducia e farle partecipare alle vostre proposte. Bisogna praticare una modalità di incontro e decisionale basata sull’ascolto attivo, verso la quale siete già predisposti in ragione del vostro pragmatismo, del vostro incontravi per trovare delle soluzioni, invece che andare dal referente politico, e del vostro porvi come cittadini fra i cittadini.

Marianella Sclavi

Ma come è possibile interagire nelle realtà più degradate, specialmente nelle periferie?

Ci sono persone che sono considerate causa di degrado per il loro stile di vita, ai margini della società e della legalità. Ma voi pensate che a tutti questi piaccia il degrado? Non solo avrebbero moltissimo interesse a migliorare l’ambiente in cui vivono ma, addirittura a essere considerate una parte fondamentale per decidere come. Se voi, a queste persone, abituate ad essere stigmatizzata ed essere messa ai confini vi rivolgete dicendogli: “la vostra esperienza è fondamentale per capire come fare a migliorare”, scoprirete delle persone non di rado meravigliose disposte a collaborare.

Sembra che l’approccio di ascolto “attivo” non sia stato adottato a Roma, per esempio il progetto di pedonalizzazione di Piazza Sempione nel Terzo Municipio. Nonostante l’indiscussa capacità di chi lo ha proposto ed elaborato, sta incontrando opposizioni fra la cittadinanza.

Un modo per facilitare l’accettazione di un intervento è quello di non presentarsi con un’unica opzione ma, nell’ambito della stessa finalità, presentare almeno tre varianti e avviare un dibattito in cui si sceglie quella più convincente, o una quarta costruita a partire dalle tre diverse proposte iniziali (come è avvenuto per il processo partecipativo riguardante il progetto per la Gronda di Genova, guidato da Luigi Bobbio). Invece, se tu scegli un progetto e poi lo cali dall’alto, è come far calare un mattone in testa, lasciando il cittadino senza fiato, perché non è in grado di elaborare da zero una alternativa. Alla fine lo costringi a prendere o rifiutare. Se invece ne presenti tre gli dai la possibilità di ragionare e offrire il suo contributo originale.

In che modo può avvenire la trasformazione del conflitto in apprendimento reciproco?

Uno degli ingredienti fondamentali è l’umorismo, l’ironia. L’altro è diventare in grado di saper organizzare un confronto che sia veramente “fra pari”. L’uguaglianza è un valore che deve essere affermato nel concreto, non basta proclamarlo. Un grande fallimento nell’applicazione del principio di uguaglianza è stato il comunismo. Una ideologia che voleva non ci fossero più padroni e dove ognuno avesse uguali opportunità. Ma, appena hanno iniziato a realizzarlo , è accaduto che le riunioni “fra pari” erano gestite in modo patriarcale e ogni volta che qualcuno non era d’accordo col leader del momento, diventava automaticamente un nemico e veniva epurato, mandato nei gulag o fatto fuori in Messico. Arthur Koestler ex giovane comunista ungherese, dopo aver vissuto sulla pelle questo disastro, cercò di capire come mai, cosa era andato storto, e la conclusione alla quale è giunto, che io condivido è: “abbiamo fallito per mancanza di umorismo”, ammettendo così l’incapacità di quei regimi a gestire in modo creativo le divergenze, la complessità di una società “fra pari”.

Da quello che ci sta dicendo capiamo di avere ancora molto da imparare per migliorare la nostra capacità di ascolto e gestire i conflitti. Come possiamo migliorare?

Tutti abbiamo bisogno di migliorare ma voi partite da un punto di vista corretto, voi imparate facendo “learning by doing” fuori da discussioni astratte. Volete state in mezzo alla concretezza dei problemi, perché vi occupate della qualità del territorio, che interessa la vita quotidiana delle persone, a prescindere dagli orientamenti ideologici. Siete pragmatici partite dal concreto, siete quindi predisposti per adottare l’approccio dell’ascolto “attivo”, della moltiplicazione delle opzioni e della codecisione.

(* Marianella Pirzio Biroli Sclavi ,di formazione sociologa (Univ. di Trento 1968), si occupa di “Arte di Ascoltare e Gestione Creativa dei Conflitti”. Ha vissuto a New York dal 1984 al 1992, dove ha scritto due libri: “A una spanna da terra”, e “La Signora va nel Bronx”, nei quali ha sperimentato e proposto una narrazione etnografica guidata da “una metodologia umoristica”. Ha insegnato Etnografia Urbana al Politecnico di Milano dal 1993 al 2008. Ha operato come consulente in diversi processi partecipativi e situazioni conflittuali ed è presidente di Ascolto Attivo srl, da lei fondata (Cfr www.ascoltoattivo.net) Collabora dal 2005 con il Consensus Building Institute del MIT e dal 2010 con il Master su Conflict Resolution and Governance dell’Università di Amsterdam. Fra i numerosi altri suoi libri: “Arte di Ascoltare e Mondi Possibili” (2000/2003), “Avventure Urbane. Progettare la città con gli abitanti” (Sclavi et al., 2002/2014) e “Ciao mamma, vado in Cina!”, graphic novel di antropologia a fumetti (2009). Con Gabriella Giornelli ha scritto “La scuola e l’arte di ascoltare”, Feltrinelli 2011/ 2015. Il libro “Confronto Creativo”, di cui è co-autrice con Lawrence Susskind, del MIT è stato recentemente auto-pubblicato con Amazon.it come e-book per kindle (prima edizione ET AL, 2011, seconda ed Ipoc Press 2016 ).