articolo di Giuseppe Romiti – Progetto per una comunità solidale

Abstract: La metropoli è luogo di connessioni in cui i fenomeni che ci disturbano non possono essere facilmente occultati. Prima o poi ce li troveremo davanti. All’illusione di potersi chiudere nel proprio ambito privato deve subentrare un impegno per il cambiamento. Questo articolo propone alcuni riferimenti utili per comprendere la realtà urbana. Si propone anche un modello di collaborazione che coinvolga la cittadinanza attiva nella lotta al disagio e dalla povertà che sono ampiamente presenti nella città.

Il caleidoscopio romano

Noi, che siamo convinti di avere a cuore la città di Roma, ci preoccupiamo solo di quello che abbiamo davanti al portone di casa? Facendo finta di vivere isolati in una bolla? Ovviamente no, non ha senso e non è possibile. La metropoli non è formata da isole omogenee, disegnate a tavolino, separate ermeticamente le une dalle altre. E quello che non vogliamo vedere prima o poi ci verrà a trovare.

E qual è il modo corretto di “vedere” la città? Qual è la sua “forma”? Roma è il risultato di una espansione disordinata che, nelle diverse fasi di trasformazione, ha tracciato delle linee e dei cerchi concentrici, intorno ai quali quelle trasformazioni si sono consolidate. Il reticolo dei vicoli storici, le geometrie stradali ottocentesche, i triangoli delimitati dalle strade consolari, le cinte intorno alle Mura Aureliane e al Grande Raccordo Anulare, intersecandosi, formano una immagine familiare ai bambini di un tempo, ben prima dell’avvento dei videogiochi: il caleidoscopio.

caleidoscopio
Caleidoscopio (Wikimedia Commons)

L’autore di questa efficace metafora è Walter Tocci, importante studioso di politiche urbane già vicesindaco di Roma e assessore alla Mobilità. La possiamo trovare nella postfazione ad un piccolo ma denso  libro: ”Le mappe della disuguaglianza – Una geografia sociale metropolitana”  (Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi  – Donzelli Editore, 2019).

Le disuguaglianze fra le “sette città”

L’indagine sviluppata in questo libro riguarda istruzione, demografia, lavoro, trasporti, immigrazione, offerta di servizi, orientamenti elettorali, esclusione sociale, disagio abitativo e molto altro ancora. Questi temi sono rappresentati attraverso grafici e tabelle che offrono un quadro dettagliato al livello delle 155 zone urbanistiche romane. Insomma, un notevole sforzo per restituire la complessità sociale e spaziale di Roma. Grazie a questo, il caleidoscopio romano prende forma e diventa uno strumento insostituibile per conoscere i fenomeni urbani. Segue un esempio, mentre tutte le mappe sono d liberamente accessibili e scaricabili dal sito Mapparoma.

Disuguaglianze

Gli stessi autori, continuando a navigare nella complessità romana alla ricerca delle differenze e delle connessioni, hanno prodotto un successivo studio: “Le sette Rome: La capitale delle disuguaglianze raccontata in 29 mappe” (Keti Lelo, Salvatore Monni Federico Tomassi  – Donzelli Editore, 2021 ) mettendo insieme aree, anche distanti fra loro, che presentano caratteristiche omogenee. Arrivando ad individuare, dentro il territorio metropolitano, sette diverse città.

“Con le sette Rome cerchiamo di descrivere le diverse realtà che, mescolandosi, compongono l’attuale complesso mosaico della città che, nei 150 anni dopo Porta Pia, è cresciuta dieci volte nell’estensione fisica e quindici volte nella dimensione demografica (…) Mettendo insieme informazioni di natura geografica capaci di cogliere le numerose sfaccettature di questa città, emergono forti differenze tra quartieri, spesso anche poco distanti tra loro. Può capitare che una strada divida mondi diversi per estetica urbana, composizione sociale, qualità della vita.”

Disuguaglianze

“Tra i problemi di Roma, molti dei quali frequentemente dibattuti, il meno discusso è probabilmente la crescente disuguaglianza tra chi riesce ad «ampliare le proprie scelte» e a realizzare se stesso e chi per mancanza di opportunità non ci riesce. Roma è una città fortemente disuguale.

Il problema dell’autoreferenzialità

I testi appena citati aiutano a prendere coscienza del fenomeno del disagio e delle disuguaglianze e, per approfondire, la cosa migliore è consultarli, visto che sono facilmente fruibili, accedendo al sito Mapparoma. Mentre a noi ora interessa capire come noi abitanti percepiamo i fenomeni del disagio e delle disuguaglianze.

Ritorniamo alle osservazioni di Walter Tocci, presenti nel testo già citato: “Quando si parla di Roma spesso si finisce per cadere nella trappola dei luoghi comuni, della visione stantia di una città che non c’è più, dell’inconsapevolezza di come cambiano i romani e dove si spostano. (…) Gli abitanti conoscono i problemi dell’Africa meglio della vita di borgata a Corcolle. Vengono a sapere qualcosa delle periferie solo quando i media le raccontano con i soliti stereotipi. Contribuiscono all’autoreferenzialità diversi fattori: la comunicazione mediatica è sempre più rappresentativa dello status di chi la produce; il ceto medio volta le spalle alla marginalità perché è impaurito dalla possibilità del proprio arretramento sociale; l’emergenza permanente dei servizi pubblici provoca il ripiegamento dell’attenzione verso il proprio quartiere.”

Disuguaglianze
Lavori in corso per l’installazione della tensostruttura alle porte del quartiere San Lorenzo

La cronaca cittadina spesso offre esempi di questa autoreferenzialità. Uno è recente e riguarda la polemica sulla localizzazione delle tensostrutture destinate ad accogliere le persone senzatetto che gravitano intorno alla stazione FS Termini. Questa, che in sé è un’apprezzabile iniziativa (anche se di emergenza, non strutturale) pensata dal Comune di Roma per accogliere le persone senzatetto in piazza dei 500, è stata duramente contestata dalle opposizioni in nome del bisogno di “decoro e sicurezza” dei residenti e commercianti. La protesta ha spinto l’amministrazione a scegliere aree alternative. Una di queste, adiacente al quartiere San Lorenzo, risulta infelice a causa del carico di disagio che grava già su quell’angolo di città (movida notturna, overtourism e popolazione senzatetto). Sono sorte, di conseguenza, vivaci proteste nel quartiere, appoggiate dalla giunta municipale (dello stesso schieramento politico della giunta comunale), sempre in nome del “decoro e sicurezza”. Alcuni, durante le accese assemblee, hanno invocato il trasferimento del progetto ai Parioli o al Flaminio, noti quartieri “bene”, dove gli abitanti, al solo parlarne, anche loro, inevitabilmente, avrebbero fatto sventolare la bandiera del “decoro e sicurezza”.

Grazie al cielo, i toni del dibattito non hanno mai assunto sfumature disumane o razziste, ma non è stato bello osservare come l’umanità dolente delle persone senzatetto fosse diventata la classica patata bollente da rifilare ad altri in un rimpallo fra i residenti dei vari quartieri e fra le formazioni politiche dei vari orientamenti.

Troppo forte è la tentazione di trovare soluzioni “semplici” per occultare, nel breve periodo, i segni del disagio. Forte è anche la tentazione di cavalcare la protesta ostentando certezze destinate ad infrangersi davanti alla portata e complessità di fenomeni sistemici, come le migrazioni e la povertà, nei confronti dei quali la politica e l’amministrazione non riescono a immaginare soluzioni strutturali.

Il ruolo della cittadinanza attiva

Forse da questo si dovrebbe partire, dalla consapevolezza di trovarci di fronte a sfide che si vincono solo se tutti i soggetti della società sono coinvolti e valorizzati. Prendendo atto, piaccia o meno a seconda delle proprie convinzioni politiche, che i soggetti in grado di mettere in campo le risorse necessarie al cambiamento sono tre: stato, impresa e cittadinanza attiva.

Evitando, a proposito dei primi due, di non cadere nelle posizioni, manichee, di critica totale al “Neoliberismo” da una parte o allo “Statalismo” dall’altra, mantenendosi alla ricerca del giusto equilibrio (per avere una idea del dibattito: “La città neoliberale” di Gilles Pinson – Mimesis Edizioni – 2022).

La cittadinanza attiva deve poter svolgere il suo ruolo. Può progettare, insieme alla pubblica amministrazione e all’impresa privata, interventi a favore della comunità operando fuori da logiche di profitto. Restando ben ancorati alla concretezza delle situazioni reali, facendo uscire le persone dall’anonimato, creando relazioni, fiducia, coesione sociale. Liberando enormi e provvidenziali energie dalla società civile che, altrimenti, giacerebbero inutilizzate.

Disuguaglianze

Progetto Retake Roma per una Comunità Solidale: evento a supporto delle persone senzatetto in viale Pretoriano

A sostegno di questo ruolo della cittadinanza attiva, in conclusione dell’articolo, citiamo ancora una volta Walter Tocci dalle  pagine del suo ultimo indispensabile libro su Roma: “Lo Stato del comando e controllo non comanda e non controlla più, come dimostrano l’ipertrofia legislativa e l’illegalità diffusa.(…) Lo Stato del welfare non ha ancora risolto il problema della standardizzazione delle risposte alla molteplicità dei bisogni. Lo Stato che voleva diventare regolatore dell’economia, ha finito per essere regolato dal capitalismo globalizzato”. Si apre quindi uno scenario in cui “il governo di prossimità è il luogo appropriato per andare oltre i vecchi modelli e sperimentare la condivisione tra le finalità pubbliche e l’azione sociale”. E questa innovazione non sarà solo “formale, ma implica un  ribaltamento della logica dello sviluppo. La collaborazione va in collisione con l’appropriazione estrattiva dell’economia finanziarizzata e sollecita la generazione e la cura dei beni comuni, ben oltre la vecchia antinomia fra pubblico e privato.”. (“Roma come se – Alla ricerca di un futuro per la capitale”, Donzelli  Editore ,  2020,  pagg. 254-260).

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