Abstract: Il termine “gentrificazione” si riferisce a teorie elaborate in passato che non sono adatte a rappresentare le criticità che toccano la città di Roma. Sorgono molte domande che solo in parte trovano una risposta nell’ambito degli studi socio-urbanistici.

Volendo capire qualcosa dei guai della città di Roma, raramente capita di trovare una esposizione così interessante come quella svolta dai prof. Carlo Cellamare e Luca Brignone nella conferenza: “PIETRE SENZA POPOLO – IL DESTINO DELLE CITTÀ STORICHE TRA GENTRIFICAZIONE E BENI COMUNI” (organizzata dall’Università degli studi di Ferrara – per ascoltare segui questo link). Sulle “pietre” delle nostre città storiche si affaccia oggi una folla mobile, sradicata che, nel suo insieme, non è possibile inquadrare in un tessuto sociale, come molti di noi lo vorrebbero: fatto di relazioni di prossimità, di reciproca utilità se non addirittura solidali, stabili ed eque. I quartieri centrali, ma anche quelli semiperiferici, subiscono una trasformazione che non porta vantaggi agli abitanti. Nella conferenza si conferma che la città di Roma è pienamente coinvolta in questo processo che, nella sua complessità e stratificazione. non è facilmente inquadrabile in modelli prestabiliti.

“portate ‘a ggentrificazzione”. 

Eppure qualche anno fa qualcuno era molto categorico. Infatti eravamo sinceramente stupiti quando i gruppi Retake venivano accusati di causare la “gentrificazione”. Durante i nostri eventi ci strillavano: “co’ tutta ‘sta pulizzia che state a fa’ ner quartiere portate ‘a ggentrificazzione”.  Non avevamo ancora capito che si trattava della schematica applicazione di una teoria socio-urbanistiche, elaborata negli anni ’60 in Inghilterra. La “gentrificazione”, un fenomeno speculativo che, con modalità differenti a seconda delle città e nazioni, causa l’incremento dei valori immobiliari e la conseguente espulsione della popolazione più povera a favore dei ceti più abbienti (la cosiddetta “gentry”). E noi ci domandavamo: per quale caspita di motivo la popolazione residente che, secondo i nostri detrattori, sarebbe stata sull’orlo della deportazione, ci incoraggiava e ci sosteneva e si complimentava con noi quando eravamo all’opera? Mah….

La realtà è più complessa. Prendiamo come esempio il quartiere romano di San Lorenzo, che è stato teatro di quegli scontri verbali. Di ricconi nuovi residenti non se ne sono visti e, pur cercando da fonti attendibili, non troviamo traccia di una significativa crescita dei valori delle compravendite e degli affitti.

Gentrificazione
Gentrificazione

Ma non c’è niente di cui rallegrarsi. A prescindere dalle dinamiche del mattone, il disagio è comunque crescente, la popolazione invecchia, i nuclei familiari si riducono di dimensione. e i quartieri si spopolano. Anche questi ultimi indicatori confermano che la “gentrificazione” se è mai stata tentata a Roma, è fallita e che sarebbe giunta l’ora di ricorrere a qualche altro modello per spiegare le criticità esistenti. Apparirebbe più efficace il ricorso al termine “estrattivismo” inteso come “il processo di sottrazione ed esaurimento delle risorse da territori sfruttati a favore di persone diverse dalla popolazione locale” (definizione tratta dal recente volume “L’estrattivismo urbano a Roma” di Luca Brignone, citato in più occasioni durante la conferenza).

Estrattivismo urbano a Roma

I temi trattati nella conferenza, che invitiamo ad ascoltare, e nel libro, che invitiamo a leggere, ci hanno stimolato alcune riflessioni che vorremmo proporre.

Chi è il “colpevole”?

Anche se è suggestivo pensarlo, dietro il disagio, l’impoverimento e la perdita di “autenticità” che colpisce molti quartieri di Roma non è possibile riconoscere un disegno coerente, realizzato da una “cupola” di soggetti portatori di una ideologia consistente. La città è entrata nel mirino di grossi gruppi finanziari solo da poco tempo, mentre è da decenni che soffre dell’interazione fra una maggioranza di operatori economici di scarsa visione e governi locali deboli, incapaci di sviluppare una politica abitativa efficace.

Se parliamo di “snaturamento” dei quartieri, spesso i problemi vengono da dove meno te lo aspetti. Mettendo da parte l’eccessiva benevolenza verso i “giovani”, ci possiamo accorgere che il disagio viene dalla movida che stravolge il commercio locale, l’ordine pubblico e la quiete (meritata dai veri lavoratori). Viene dai professionisti e dagli intellettuali (o aspiranti tali) che scelgono i quartieri più alla moda per il loro fermento “culturale” la loro “autenticità”. Ma sappiamo che chi cerca l’autenticità” lo fa perché, per definizione, “autentico” non è. Di conseguenza la sua presenza contribuisce inevitabilmente a diluire quel poco di spirito schiettamente popolare superstite. Viene anche dagli attivisti radicali che, nonostante abbiano prodotto alcuni significativi risultati o, forse anche per quello, hanno attirato un flusso di avventori esterni non in sintonia con larga parte del “popolo” locale, composto prevalentemente da un ceto medio di orientamento politico moderato.

Accade così che il fiorire di attività di intrattenimento, culturale, sociale e politico, sviluppate oltre gli effettivi bisogni dei locali, aggiungono valore e richiamo all’immagine di quartieri “storici”, vivaci, “ribelli”, interessanti, “da vivere”. Questo fenomeno, che sarebbe in teoria sempre auspicabile, in alcuni quartieri si manifesta in modo sbilanciato (per es. San Lorenzo, Centocelle, Trastevere) facendoli entrare nel mirino della speculazione, abile nel mettere a valore in senso consumistico il capitale simbolico dei territori.

Ma, se cerchiamo il nome e cognome di chi “estrae” a proprio vantaggio il valore del quartiere, ci troveremmo in difficoltà, perché, accanto ad alcuni sporadici operatori finanziari e immobiliari, agisce un “pulviscolo” di piccoli proprietari immobiliari e di esercenti commerciali. Che, in buona parte, appartengono per discendenza diretta al tessuto sociale storico del quartiere, proprio quello che si vorrebbe salvaguardare.

“LE RIQUALIFICAZIONI URBANE SONO PER I RICCHI?”

La realtà è ambigua e contraddittoria, ma non è detto che tutti gli interventi riqualificazione del territorio (cura aree verdi, ciclo dei rifiuti, lotta al vandalismo, nuove strutture urbane, ecc.) debbano per forza avere effetti “gentrificatori”. Basterebbe il senso comune a rivelare che quelle iniziative, volte a migliorare la qualità della vita nel quartiere, vanno a beneficio dei residenti meno abbienti, in particolare quelli che non hanno mezzi per spostarsi altrove, nelle seconde case o in vacanza, prima ancora di giocare a favore di eventuali titolari di “rendite”. Basterebbe solo un po’ di buon senso per evitare di cadere in un paradosso paralizzante: massimo degrado=minima gentrificazione.

Aniene

La sponda del fiume Aniene resa accessibile alla cittadinanza grazie alla manutenzione del sentiero Parenzio svolta dal gruppo Retake Sacco Pastore

“ASCOLTIAMO CHI ABITA I LUOGHI”

Gli abitanti, anche se talvolta possono trovarsi in una posizione ambigua rispetto all’effettivo bene del quartiere, sono i migliori giudici di una riqualificazione urbana. Essendo i destinatari finali degli effettivi costi e benefici, sono capaci di evitare il cieco affidamento ai trend del momento, ai quali possono essere succubi gli attivisti, gli amministratori e i politici. Per esempio sanno anche opporsi agli onnipresenti, invadenti e, spesso, incongruenti murales, nonché alle pedonalizzazioni di aree ad alto tasso di movida. Lo hanno dimostrato anni fa i residenti di Monti e, recentemente, quelli di San Lorenzo per Piazza dei Sanniti. Mentre i poveri abitanti del quartiere Loreto a Milano si mangiano ancora le mani per non aver potuto opporsi ai disagi tuttora in corso nella cosiddetta piazzetta “Arcobalena”.

“Anche se voi vi credete assolti Siete lo stesso coinvolti.”

Mentre le “pietre” della città mutano principalmente a causa delle ingiurie del tempo, il “popolo” è cambiato perché si è scolarizzato, in buona parte è asceso socialmente, è più consapevole e capace di iniziative partecipate. Ma ama anche consumare e viaggiare, magari in città d’arte, in Italia o all’estero. Si è dotato anche lui di una qualche forma di rendita e, se non ce l’ha, aspira ad averla. Il “popolo” sembra quindi un mito ineffabile. E’ fuorviante, date le ambiguità e contraddizioni contenute in esso, assumerlo nelle analisi come soggetto da “proteggere”, come una specie in via di estinzione.

I veri soggetti da tutelare si riconoscono attraverso parametri oggettivi che individuano le povertà, il disagio abitativo e l’esclusione sociale. Poveri sotto la soglia minima, giovani che non possono accedere ad un alloggio tramite indebitamento, gli immigrati, la dolorosa presenza dei senzatetto. Nella conferenza, e nel libro citato, si fa cenno alle possibili azioni: politiche abitative, regolamentazione del turismo e del commercio, potenziamento del welfare e dei servizi pubblici, sostegno allo sviluppo economico locale.

Tutto questo è certamente necessario ma sorge spontanea la domanda sulla possibilità di governare fenomeni di dimensioni gigantesche solo con questi strumenti.

Per esempio l’”onda” formata dagli imponenti flussi turistici che sta stravolgendo i centri storici delle nostre città storiche (cfr Stime IATA traffico aereo passeggeri segui questo link).

Iata

E l’altra “onda” dei “nomadi digitali”, favorita dallo svincolo del lavoro da una postazione fisica prestabilita e da una stabilità temporale. Infine le tendenze demografiche, che portano ad implacabili previsioni di invecchiamento, crollo della natalità e prevalenza dei nuclei familiari formati da una sola persona.

Questi fenomeni dipendono principalmente dall’evoluzione della tecnologia e dalle scelte individuali di moltitudini di persone. Definiscono nuovi stili di vita che dilatano la dimensione dell’intrattenimento a scapito di quella della cura delle persone e dei luoghi, esponendo i territori all’aggressione dei processi speculativi. Stili di vita che potrebbero essere messi in discussione? O dobbiamo considerarli ineluttabili?

Queste domande, che rimandano ad altri campi di conoscenza, non sono emerse nella conferenza. Però i relatori riconoscono la necessità di affrontare la tematica così complessa tramite un approccio interdisciplinare. Questo lascia sperare che potranno essere considerate nelle sedi adeguate.