articolo di Raffaele Malizia
L’obiettivo ultimo della cittadinanza attiva
L’attività di volontariato si esprime in vari modi, con approcci diversi e spesso complementari. Nell’ambito della cura delle persone, due sono le tipologie principali che ne costituiscono le più diffuse concrete espressioni:
- quella del soccorso e dell’assistenza di base volta ad assicurare la sopravvivenza delle persone alleviando le forme più gravi di disagio (sociale, psichico, ambientale) in cui si può cadere per i casi avversi della vita;
- quella volta a creare le condizioni per dare opportunità di riscatto alle persone, trovare la strada per l’affermazione di sé, esprimere le proprie potenzialità, in una parola: vivere.
Ambedue le modalità sono essenziali ma, a nostro parere, la prima ha davvero senso solo se è propedeutica alla seconda. Sono ambedue essenziali ma per quale obiettivo? Qual è l’obiettivo ultimo della cittadinanza attiva, di chi si impegna per il bene comune? E’ – come indica l’art. 3 della nostra Costituzione – “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. In realtà, come insegna Gregorio Arena(1), seguendo il paradigma otto-novecentesco secondo cui i cittadini sono soggetti passivi a cui lo Stato moderno viene in aiuto in caso di bisogno, l’art. 3 afferma che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli”. Ma la riforma della Costituzione del 2001 ha fatto il passo decisivo con il nuovo art. 118 che eleva a rango costituzionale il principio di sussidiarietà orizzontale. Tale articolo infatti stabilisce che la Repubblica, nelle sue diverse articolazioni territoriali, “favorisce l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”. Il disposto dell’art. 3 va quindi ora declinato in termini di sinergia fra istituzioni e cittadinanza attiva (quella che può esprimere capacità di autonoma iniziativa) per conseguire l’obiettivo del “pieno sviluppo della persona umana”. Fra Stato e mercato c’è dunque un terzo attore, un corpo intermedio che opera come collante e attivatore di sviluppo sostenibile, economico e sociale, è promotore di coesione e resilienza, di maggiori opportunità e minori squilibri, cura l’ambiente fisico e relazionale: in una parola “è promotore del bene comune”. Come ci ricorda sempre Gregorio Arena(2), l’art 118 “ragiona in termini di attivazione delle capacitazioni di cui sono portatori i cittadini”, in tal modo conferendo a tutti nuove possibilità di agire nella società ma anche nuove responsabilità, che a loro volta rappresentano la condizione per elevare il proprio livello di sviluppo personale e per coinvolgere gli altri in un tale processo.
Come rilevato nel Rapporto sulla sussidiarietà(3), il senso finale dei Sustainable Development Goals di cui all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è proprio questo: è il benessere di quante più persone possibile e la loro responsabilizzazione nel perseguirlo. E su questo si fonda la cultura della sussidiarietà. “Se lo sviluppo sostenibile rappresenta il «cosa», la cultura sussidiaria valorizza e orienta il «chi» e il «come» dello sviluppo sostenibile. Esso potrà essere il frutto maturo solo della relazione virtuosa fra i soggetti vivi che alimentano le diverse sfere dell’agire collettivo: Società civile, Stato e Mercato”(4).
Il progetto Retake Roma per una Comunità solidale
Tornando quindi alla distinzione delle tipologie di volontariato di cui abbiamo detto all’inizio, quella che muovendo da un approccio compassionevole si esprime attraverso azioni assistenziali di base è il primo, spesso ineludibile, passo ma non può essere il solo, anche perché a volte si correrebbe il rischio di indurre negli individui assistiti assuefazione, abitudine a una condizione che potrebbe diventare la loro tomba come esseri umani. Il secondo passo conduce oltre questa soglia e consiste in un impegno a formare e far crescere cittadini consapevoli, indurli a uscire dall’isolamento per sperimentare le proprie potenzialità, divenendo (o tornando ad essere) responsabili per sé, i propri cari, la propria comunità, il proprio territorio, considerandolo come casa propria(5).
Su queste dimensioni è innervato il progetto “Retake Roma per una Comunità Solidale(6)” che le coniuga tutte in un nesso inscindibile: la cura dei beni comuni è il veicolo attraverso cui ci si prende cura del bene comune e di sé stessi. Si solidarizza e si impara, attraverso atti concreti di cura della casa comune, a divenire cittadini con un vero senso civico e di rispetto per gli altri. Cittadini consapevoli e con chance reali di prendere in mano il proprio destino, agire nella società e saper impegnarsi per cogliere le nuove opportunità che si possono presentare sul piano relazionale, della formazione professionale, del lavoro. Non in astratto ma nella realtà di questa società, qui e oggi.
Realtà che genera fragilità e false o nulle speranze per molti, troppi. E’ una realtà segnata da così profondi squilibri che genera continuamente e moltiplica a dismisura le difficoltà in cui si dibatte quotidianamente il mondo intero e il nostro Paese in particolare perché i fenomeni sono indissolubilmente interconnessi. Migrazione di enormi masse di diseredati, povertà, criminalità diffusa, degrado urbano, ambientale e umano: sono tutti fenomeni che traggono origine dallo sviluppo squilibrato e dall’accumulo progressivo degli squilibri, che diventano rapidamente strutturali e si autoalimentano, generando come sottoprodotto forme patologiche di aggressività e violenza fra individui, fra popoli e Stati, fino a sfociare in guerre, distruzione e morte. Non è un siffatto tipo di società che può garantire benessere e serenità alle persone che la abitano, anche se sono ricche e potenti: è forse soddisfacente vivere in una gabbia dorata? Si è comunque prigionieri, mai liberi. Dove non c’è armonia non c’è libertà, si è tutti schiavi di una realtà opprimente che da esteriore si trasforma istantaneamente in schiavitù interiore: ciò che sperimenta Scrooge, il celebre protagonista del Canto di Natale di Dickens.
Squilibri e diseguaglianza
Bastano pochi dati per dipingere il quadro del contesto e le dinamiche che ne modificano i contorni nel tempo. Quelli della Banca Mondiale ci dicono che l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza di tutto il resto del mondo e la disuguaglianza è costantemente cresciuta con un’accelerazione negli ultimi anni. Le interpretazioni di Kuznets, prima, e della c.d. teoria della trickle-down economy(7), poi, si sono rivelate illusorie. Le evidenze empiriche raccontano un’altra storia: quelle più significative (Milanovic) ci dicono che a livello mondiale, nei trent’anni successivi al 1988, 1) i redditi medio-bassi sono rimasti fermi; 2) quelli medi sono cresciuti solo in Cina e altri Paesi del sud-est asiatico, dove si è avuto un processo spettacolare di concentrazione urbana con migrazioni interne di centinaia di milioni di persone che ne hanno avuto la vita sconvolta (e determinando inoltre gli enormi problemi di inquinamento e congestione urbana a tutti noti) mentre la dinamica dei redditi medi nel resto del mondo è rimasta stazionaria; 3) i redditi alti e soprattutto altissimi sono cresciuti in modo esponenziale.
Se guardiamo ai dati Oxfam(8), ordinando la popolazione mondiale del 2010 per classi di patrimonio posseduto, dai nullatenenti ai più ricchi, risulta che la ricchezza detenuta dalla prima metà della popolazione mondiale equivaleva a quella delle 388 persone più ricche. Cioè nel 2010 meno di 400 persone possedevano la ricchezza di 4 miliardi di persone. Nel 2017 il numero di persone ad avere una ricchezza pari a quella dei 4 miliardi di meno abbienti è sceso a 8! L’1% della popolazione più ricca era arrivato a possedere più del doppio della ricchezza di oltre 7 miliardi di persone. Dopo il 2017 si sono succedute le crisi da pandemia e quelle collegate alle guerre ancora in atto: la povertà e la concentrazione di reddito e ricchezza sono ulteriormente aumentate.
Il ruolo della cittadinanza attiva
Può il terzo settore svolgere un ruolo effettivo in un contesto di questo tipo? Può davvero rappresentare un argine per contrastare i distruttivi processi in corso? Per il nostro Paese possiamo comprendere qualcosa osservando le evidenze che emergono dalle analisi statistiche presentate nel Rapporto sulla sussidiarietà a cui, in questo articolo, abbiamo fatto ampio ricorso. Lo studio(9) è condotto selezionando alcuni degli indicatori regionali del BES (Benessere Equo e Sostenibile) pubblicati dall’Istat(10) e operandone la sintesi con metodologie statistiche robuste al fine di misurare e confrontare fra loro a livello regionale i fenomeni 1) sentimento di sé relazionale 2) sussidiarietà, 3 sviluppo sociale. Si sono quindi verificate le correlazioni fra tali fenomeni nelle 21 regioni italiane al fine di comprendere se e in che misura il fenomeno “sentimento di sé relazionale” impatta sul fenomeno “sussidiarietà” e se quest’ultimo impatta sul fenomeno “sviluppo sociale”. La conclusione delle analisi è che il legame fra tali fenomeni è molto stretto evidenziando la forte influenza che ciascuna dimensione ha sull’altra. Non solo i coefficienti di correlazione sono molto alti (superiori a 0,9) ma le analisi di regressione dimostrano che il “sentimento di sé relazionale” influenza positivamente la “sussidiarietà” che, a sua volta, influenza positivamente il grado di “sviluppo sociale” sul territorio (v. i due grafici seguenti)(11).
Scendendo di granularità, attraverso l’analisi degli indicatori elementari risulta molto evidente che la “sussidiarietà” incide positivamente su alcuni ambiti specifici qualificanti, come il lavoro e la salute, e su aspetti sfavorevoli dell’esistenza, mitigandone la gravità, come la mortalità evitabile, il rischio di povertà, la difficoltà ad arrivare a fine mese, la presenza di dipendenti con bassa paga.
Questo per quanto riguarda i fenomeni misurabili ma non tutti i fenomeni lo sono. Restano incommensurabili il sorriso di chi ha stretto una mano amica, la nuova luce che emana dai suoi occhi, le nuove speranze che si accendono e fanno muovere i primi ma decisivi passi a chi aveva perso fiducia. Sono aspetti che restano nel cuore di chi ha offerto il suo impegno di cura e rappresentano molto più di ciò che ciascun volontario ha dato. Perché il “pieno sviluppo della persona umana” è l’obiettivo esistenziale di tutti, tanto di chi riceve quanto di chi dona.
(1)Gregorio Arena, “| custodi della bellezza”, 2020, ed. Touring Club Italiano
(2)Ibidem pag. 82
(3)Fondazione sussidiarietà, “Rapporto sulla sussidiarietà e sviluppo sociale”, 2022
(4)Marco Fattore e Giorgio Vittadini, “Sussidiarietà: il motore del bene comune”, cap 1 del Rapporto sulla sussidiarietà, 2022
(5)Ibidem, par. 1.4, pag. 31
(6)https://www.retake.org/retake-solidale/
(7)Kuznets riteneva che il processo di industrializzazione con lo spopolamento delle campagne aveva determinato nell’immediato ‘arricchimento dei capitalisti ma poi, nel tempo, la ricchezza si sarebbe progressivamente diffusa beneficiando la popolazione concentratasi nelle città e successivamente ancora tutta la popolazione. Tale interpretazione non era però basata su alcuna evidenza empirica. Sulla sua falsariga, la c.d. teoria della trickle-down economy (letteralmente sgocciolare in basso dai piani alti), diffusasi a partire dalla presidenza Reagan negli Stati Uniti, affermava l’utilità di politiche fiscali favorevoli ai ricchi perché l’accelerazione dello sviluppo che – ipso facto – ne sarebbe seguita avrebbe beneficiato tutti.
(8)OxFam Int., An Economy for the 99%, Oxfam Briefing Paper, January 2017
(9)Cfr. M. Mazziotta, G.C. Blangiardo, G. Vittadini, Individuo, sussidiarietà e sviluppo sociale: un’analisi statistica
(10)Cfr. Istat, https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/benessere-e-sostenibilita/la-misurazione-del-benessere-bes/il-rapporto-istat-sul-bes
(11)In Mazziotta et. al. Cit. pag. 56








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