articolo di Giuseppe Romiti

Saverio fa l’infermiere e abita in via dei Ramni, a Roma, nel quartiere San Lorenzo. Tutte le mattine, di buon’ora, si avvia a piedi verso il Policlinico e incrocia lo sguardo di Francesca, studentessa liceale, che sospira sotto la pensilina in attesa del bus 492. Nel frattempo, il pensionato Mario si affretta verso l’appartamento dell’anziano padre, ormai inabile agli spostamenti. Questo campione di umanità, che rappresenta in modo significativo l’anima dei nostri quartieri, sentirebbe il bisogno, ogni volta che si affaccia dalle mura domestiche, di intercettare nello spazio pubblico un segnale di incoraggiamento, di speranza, quantomeno di non belligeranza. Niente che liberi dai guai che ci affliggono, purtroppo, ma una piccola consolazione, che può nascere dalla sensazione che qualcuno si è preso cura di noi o, almeno, non ci è ostile. Invece, lanciando uno sguardo sul muro del palazzo di fronte, fondato nel 1926 dalla gloriosa cooperativa ferroviaria “La Risorgente”, è costretto a subire la vista di una serie di segni incomprensibili: le TAG.

Questo tipo di disagio è un sentimento diffuso fra la popolazione dei nostri quartieri, un senso di misteriosa prevaricazione, come se ci si trovasse di fronte l’opera ostile di una civiltà extraterrestre, una specie di crittografia delle istruzioni per un’imminente invasione.

Dicono che l’angoscia si sconfigge scoprendo chi ne è all’origine. Fortunatamente questo possiamo farlo, perché è stato scritto molto sul tema TAG e sui loro autori: i writers.

Chi sono i writers?

Tanto per iniziare, consigliamo la visione del film-documentario Style Wars che racconta il mondo dei writers nella New York degli anni ’80 (si trova anche su Youtube, con sottotitoli in italiano). Ci accorgeremo che anche loro hanno una testa, due braccia e due gambe. Non sono, come abbiamo ingenuamente temuto, dei mostri alieni. Il film si svolge secondo una narrazione equilibrata, in cui vedremo il sindaco e le forze dell’ordine esprimere il nostro stesso senso di disagio. Apprendiamo così che il fenomeno può essere definito “storico”: inizia a Philadelphia negli anni ’60 per poi diffondersi e marcare in modo pervasivo il paesaggio urbano delle principali metropoli, intrecciandosi con la cultura di strada (hip hop) e il mondo dell’arte contemporanea. Non vengono nascoste le posizioni critiche, anzi, siamo sorpresi da un’intervista durante la quale una mamma newyorkese, mentre il figlio sedicenne straparla delle sue scorrerie fra le yards della subway, esclama con profonda amarezza, che il writing altro non è che: “una sottocultura miserabile”. Lasciamo perdere l’aggettivo e soffermiamoci invece sul fatto che “subcultura” non è necessariamente un termine dispregiativo, perché indica un “insieme di elementi che, unendosi ad altri sottoinsiemi, contribuisce a formare la cultura totale” (dal Vocabolario Treccani Online). Ed è proprio in questo senso che Norman Mailer, uno dei più autorevoli intellettuali americani della seconda metà secolo scorso, indaga il fenomeno ai suoi albori. Siamo nel 1974 e, nel suo The Faith of Graffiti (It Books, 1/2010) ci invita ad osservarlo da diversi punti di vista.

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Perché i writers scrivono sui muri?

L’autore non si limita all’ovvia, e fondata, constatazione degli evidenti aspetti autoreferenziali, asociali ed egotici presenti nei writers. Piuttosto, si inoltra con curiosità nei meandri del loro cervello. Lo fa sino a proporre un accostamento fra quei giovani che si aggirano nell’oscurità della grande metropoli, esposti agli agguati della polizia, e l’uomo primitivo che muove “la sua mano per disegnare il contorno di un animale come atto di sfida verso gli dei” “nel terrore di una futura punizione da parte di demoni carichi di odio verso la sua audacia“ . Sta forse in questo la ragione “di quel profondo disagio che suscitano, come se la musica dei loro proclami (…) fosse il messaggero di qualche
apocalisse molto molto vicina.” Chi l’avrebbe mai detto! E noi che pensavamo fossero solo scarabocchi!

Il writing è arte?

Entriamo ora nel regno dell’Arte Contemporanea in cui, come è noto, da tempo si è consumato il divorzio fra “forme” e “bellezza” intesa nel senso classico. Secondo Mailer, i writers, pur non essendo certo degli accademici, possono aver ricevuto qualche conoscenza dei segni e degli stili dei grandi maestri contemporanei attraverso il design e la pubblicità, diventandone così inconsapevoli emulatori. Quindi, se si potesse rappresentare l’arte come l’acqua di un fiume che “scorre seguendo le linee di caduta che scendono da Cézanne verso Frank Stella, da Gauguin verso Mathieu”, il writing potrebbe essere visto come la massa dei detriti che ne forma il delta, “la bocca contornata di fango attraverso la quale sfociano centinaia di flussi pittorici”. Accidenti, che metafora suggestiva! Ognuno di noi potrà valutare se sia più o meno pertinente. Siamo comunque avvertiti del fatto che è necessario disporre di un cospicuo bagaglio critico e retorico per affrontare il discorso su “cos’è l’arte” e se “il writing sia arte”, altrimenti, di fronte a tanta eloquenza, meglio desistere.

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Il writing può avere un “valore” sociale?

Osservato dal punto di vista “sociale”, il writing non è considerato solo in senso negativo, cioè disagio e ostilità. Vari autori mostrano come esso possa essere occasione di incontro per i giovani, altrimenti estraniati nei loro quartieri-ghetto. Nel libro Sporcare i muri di Alessandro Dal Lago (DeriveApprodi, 2018), altro consiglio di lettura, sono presenti alcune interessanti interviste che testimoniano il valore che l’appartenenza a una crew di writers ha assunto nella loro vita. Un modo per riscattare la propria identità che, evidentemente, quei giovani non sono riusciti a trovare nella famiglia o negli altri gruppi territoriali. Anche se questo avviene in un contesto illegale, rischioso per i ragazzi e dannoso per la città, è un fatto che non può essere ignorato.

Il writing può avere un significato “politico”?

Nella parte introduttiva di Sporcare i muri, l’autore cerca di decodificare il significato politico del writing elevando una accorata difesa/invettiva a favore dei writers che: “in un certo senso contestano la “proprietà monopolistica” delle immagini”. In particolare, punta il dito contro: “tutte le forme di pubblicità che sono imposte ai cittadini in nome dell’impresa e quindi del profitto”. E conclude: “in questo quadro, writing e street art hanno significato (…) di un’inarrestabile eruzione della parola e dell’immagine che contesta il monopolio illegittimo del paesaggio urbano” contro “un’estetica possessiva” basata sul “principio di conservazione della proprietà”. Anche questa immagine è molto suggestiva, ma ci lascia nel dubbio sulla effettiva possibilità di contrastare i processi di mercificazione (che, effettivamente, minacciano le città) semplicemente “sporcando i muri”.

Il writing deve essere “subito” da chi non lo apprezza?

Nel frattempo, il nostro amico Saverio, l’infermiere, ha completato il turno in ospedale. Potremmo approfittarne per continuare con lui il discorso sul senso “politico” o sulle qualità “artistiche” di quei tatuaggi murari. Temiamo che non capirebbe, forse si arrabbierebbe, meglio non abusare della sua pazienza. Forse, per capire meglio quale debba essere il posto che il writing e la street art in generale possono ragionevolmente occupare nello spazio pubblico, dovremmo ascoltare la viva voce degli street artist più autorevoli:

“Parto dal presupposto che per strada sei obbligato a vederlo il mio lavoro, quindi, di per sé è un atto di violenza che si fa verso il pubblico. Tutti dicono “Ah che bello la Street-art è per tutti, migliora la città”, migliora la città se la visione dell’artista è una visione che migliora la città, ma non è detto. Tu comunque stai imponendo una tua immagine, stai imponendo un tuo immaginario (…)”
Lucamaleonte (street artist, Raicultura Arte – gennaio 2019)

“Io disegno un muro poi vado via, quindi in realtà il lavoro che preparo non può e non deve essere un’imposizione di una immagine che piace solo a me. Quel muro lo vedranno tutti i giorni coloro che ci abitano. Dunque ne tengo conto.”
Diamond (street artist, Artribune – agosto 2018)

“Dipingere significa stare sul posto, passare del tempo con le persone, capire il territorio e poi c’è bisogno anche di tempo, c’è bisogno di un consenso del territorio”. Jorit (street artist , Artribune, giugno 2020)

“Ritengo che le opere fatte per strada abbiano una loro vita perché di fatto interagiscono con il territorio in cui vengono inserite. Molto spesso alcune opere non rispecchiano il luogo o ancor di più il sentimento di chi abita quel luogo e può avvenire che poi vengano anche deturpate. A mio avviso questo non è un male”. Mauro Sgarbi (street artist , Che fare, dicembre 2019)

Le parole che abbiamo appena letto confermano un pensiero abbastanza ovvio: se l’atto di “scrivere sui muri” non fa i conti con la sensibilità di chi vive e lavora nel territorio, diventa una forma di espropriazione dello spazio pubblico che, nei quartieri più colpiti, può assumere un carattere di vera e propria violenza.

Che fare con questi “dannati” writers?

Quindi, la questione sembra più complessa di quello che appare dopo un primo esame superficiale perché il fenomeno è diffuso e profondamente radicato nella realtà urbana e nella cultura contemporanea. Al punto di far dubitare che, per fronteggiarlo, sia adeguata la sola azione repressiva delle forze dell’ordine. Da una parte c’è da riconoscere l’oggettiva difficoltà e onerosità delle indagini, che sottraggono risorse destinabili a crimini di ben maggiore gravità e, dall’altra, la persistenza, nell’opinione pubblica, di un atteggiamento di benevolenza, a volte elitario, altre volte legato a vecchi retaggi culturali che assolutizzano il valore della “trasgressione” alle regole rispetto a quello della “cura” dei beni comuni. Rispetto a queste difficoltà diventa proficuo seguire un approccio di tipo “sociale” scegliendo un altro piano, che è quello “proprio” del writing: la comunità territoriale.

Parlando dei writer non si deve dimenticare che sono delle persone ancora estranee alla cultura della cura dei beni comuni, non sempre per colpa loro. Di conseguenza, è auspicabile qualsiasi forma di contatto, collaborazione, che possa favorire il clima di rispetto reciproco necessario per la convivenza civile. Retake evidentemente crede che questo sia possibile perché si è già impegnata in varie occasioni, sostenendo e partecipando a iniziative di street art autorizzata. E auspichiamo che questo processo di consultazione e condivisione possa adottare i ruoli, i metodi e gli strumenti tipici della democrazia partecipativa.

D’altro verso, è noto, a detta della maggior parte degli esperti, che il fenomeno del writing contiene un elemento di illegalità intrinseca e insopprimibile. Ad esso non può che corrispondere un’azione adeguata di controllo e sanzione da parte delle istituzioni dello stato e, da parte della nostra associazione, un sostegno al senso civico della cittadinanza.

Chi prende di mira i muri della città in modo arbitrario, deve tenere conto di tutte le possibili conseguenze, a partire da quelle legate all’applicazione delle norme giuridiche – poste a tutela della convivenza civile – fino a quelle che nascono dal confronto con i cittadini residenti, destinati a “ricevere” quelle “opere” nel contesto storico, artistico e urbanistico in cui pretendono di collocarsi.

Bisogna prendere atto che la comunità, fatta di residenti, lavoratori, studenti e quanti altri interagiscono con il territorio, non può essere considerata mero soggetto passivo, “utente” di manifestazioni “creative” su cui può argomentare solo una élite costituita da intellettuali militanti e dagli stessi “autori”. Se qualcuno sceglie di “creare” in strada, è giusto che sia anche la strada a decidere. La comunità territoriale ha il diritto di scegliere autonomamente se “adottare” l’”opera”, ancorché non autorizzata, o ritenere suo dovere eliminarla se è vissuta come una imposizione che impoverisce lo spazio pubblico.
Durante questo processo, non facile, in cui la cittadinanza cerca di assumere un ruolo attivo nella creazione dello spazio pubblico, i gruppi Retake di quartiere sono, a volte, chiamati per facilitare il confronto civile e per mettere a disposizione la loro esperienza e capacità operativa maturata in dieci anni di presenza nel territorio.
Accettiamo questo tipo di coinvolgimento nella consapevolezza che il writing vandalico è solo una fra le tante cause del degrado che affliggono la città. C’è tanto da fare e, spesso, sono ritenuti maggiormente prioritarie altri tipi di esigenze: rifiuti urbani, verde pubblico, mobilità, per esempio. In tutti questi casi si offre un aiuto avendo bene in mente che la priorità è l’ascolto di chi vive e lavora nei luoghi, per favorire l’uscita dall’anonimato, per rafforzare il senso di fiducia e di appartenenza, aumentando la partecipazione.

E’ proprio questo l’obiettivo più importante, oltre i “muri puliti”: incrementare il “capitale sociale” prendendosi cura del territorio, per ottenere una comunità più coesa e solidale. Di fronte a realtà come queste, è probabile che anche il più accanito fra i vandali urbani troverà una motivazione in più per regolare i conti con le proprie inquietudini.

“Conosco bene la legge della strada. Chiunque si occupi di street art sa che le proprie opere sono destinate ad essere “esili e precarie”. Giulio Vesprini (street artist, Travelonart, giugno 2016)

“L’opera termina nell’istante in cui è stata fotografata. E poi la si lascia andare verso il proprio futuro”.

Mr.Vany (street artist, Artribune, 2/2019)

“I disegni che realizzo appartengono al luogo in cui nascono, credo che come ogni bene comune anche queste cose debbano appartenere alla collettività e al luogo in cui sono nate, invecchiando e scomparendo come tutto ciò che esiste.” NemO’s (street artistChe fare – dicembre 2019)

“Per l’arte urbana la “mortalità” di un intervento è quasi inevitabile, ed è elemento intrinseco dello stesso processo.” Fabiola Naldi (storica, critica e curatrice d’arte, Tracce di Blu, Sartoria Editoriale, novembre 2020).

“Il sistema dell’arte ha “bisogno” della strada (o vogliamo dire dell’illegalità?) quando si trova bloccato in una crisi profonda di valori e di intenti.” Fabiola Naldi (storica, critica e curatrice d’arte, Sartoria Editoriale, Tracce di Blu, novembre 2020).

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