“Tanto lo sporcano di nuovo”.

Il primo passo da volontario lo facciamo d’impulso, per reagire al disagio, e ci rendiamo protagonisti di un’azione pubblica di cura del territorio. Ma, “tanto lo sporcano di nuovo”. Come se il guaio fosse la sporcizia. Ma veramente pensate che il valore di un evento Retake sia la semplice pulizia di un’area? o c’è qualcosa di più, che emerge aldilà delle vostre prime intenzioni?

Queste intenzioni si sono moltiplicate nel corso degli anni, l’eccitazione ha contagiato amici, vicini, passanti e centinaia di volontari hanno formato decine di gruppi in tante città d’Italia. Migliaia di simpatizzanti hanno iniziato a seguirci. Abbiamo aiutato tante persone fragili. Importanti soggetti pubblici e privati ci rispettano e ci sostengono. Ci rendiamo conto che, senza averla progettata a tavolino, abbiamo costruito una rete di relazioni, una “comunità”.

“Costruttori di comunità”.

Non è quindi un caso che Michele Bianchi (ricercatore dell’Università di Parma che svolge attività di consulenza nel campo degli Enti del Terzo Settore) abbia considerato Retake fra gli esempi più significativi di “costruzione di comunità” in Italia. Ne “Il Community Development nel Terzo Settore italiano Cittadini ed enti costruttori di comunità” (Franco Angeli Editore – maggio 2023) l’autore evidenzia  “una spontaneità espressa dai residenti delle zone interessate che constatano delle mancanze, inefficienze o problemi inerenti alla cura degli spazi pubblici e la scarsa attitudine civica di altri cittadini, nonché dei grossi limiti dell’amministrazione pubblica. Questa spontaneità si traduce in una volontà di creare degli aggregati di soggetti che siano aperti, molto flessibili e che si pongano degli obiettivi semplici e pratici come il pulire un parco.” “Retake è una forma di partecipazione civica che promuove il prendersi cura della città, generando anche dinamiche di educazione civica che puntano a diffondere senso di comunità, di solidarietà e d’impegno per la sostenibilità”.

A chi consigliamo la lettura di questo libro che, finalmente, ci accoglie nella letteratura di tipo specialistico? Ai “Retaker”, agli “Scettici” e agli “Ostili”.

Per i “Retaker” Il libro ha il pregio di fornire un quadro ricco di riferimenti che definiscono i principali concetti che ci rappresentano  e non sempre siamo in grado di padroneggiare: “beni comuni”, “capitale sociale”, “sviluppo di comunità”. Contiene inoltre essenziali avvertimenti sui limiti e i rischi a cui si va incontro. In particolare: le illusioni di poter sostituire l’azione della politica e della amministrazione pubblica  e di ottenere risultati in termini di “sviluppo di comunità” in tempi brevi. L’inganno di farsi inconsapevoli promotori di politiche “calate dall’alto” e il vizio di concentrarsi troppo sull’aspetto fisico del territorio, senza interrogarsi sulla qualità e ricchezza della rete di relazioni ivi presente.

A beneficio degli “Scettici”, che vedono solo qualche adesivo staccato e sacchi di spazzatura raccolti che “poi si sporca di nuovo”, il nostro autore osserva che “questi processi generano affezione ed attaccamento degli individui e dei gruppi ai luoghi” “una chiara volontà di costruire nuove forme di comunità di fronte al disgregamento di vecchie strutture sociali e di una società liquida che trascina dentro di sé le persone che quindi cercano un appiglio a cui aggrapparsi e potersi orientare nel mondo.” Vi pare poco?

Michele Bianchi

La lettura del libro è utile anche agli “Ostili” che, nel corso del tempo, hanno maturato una forma di avversione ai Retaker, ritenuti dei “fissati per il decoro”, “spugnettari”, “cancellatori della memoria dei quartieri” al servizio dei “poteri forti”. Gli “Ostili” hanno difficoltà a digerire un approccio di tipo empatico e collaborativo, opposto a quello, più tradizionale, “conflittuale” o “antagonista”, tipico delle tante indefinite “Rivoluzioni” che hanno immaginato di scuotere il “Sistema” sin dalle sue fondamenta. Gli “Ostili” perdono così di vista il fatto che, “costruendo di comunità”, si opera per “il rafforzamento delle capacità dei singoli” “di trovare soluzione ai propri bisogni e problemi”. Partendo dall’impegno di cura del territorio si può favorire la nascita di una rete di relazioni che consenta di rappresentare al meglio la varietà degli orientamenti e aspirazioni, fuori da schemi preconfezionati, una rete che diventa il terreno fertile necessario per la realizzazione di un vero confronto aperto e creativo.

C’è quindi molto da riflettere e da mettere in pratica e sarebbe proprio il caso di leggetelo, questo libro.