articolo di Raffaele Malizia

Progetto inRetake

Il termine “povero” deriva dal latino pauper, la cui etimologia a sua volta è il risultato della contrazione di pauca (poco) e pariens (che produce). Povero quindi non è solo chi è indigente ma ogni soggetto, persona o entità, che non è in condizione di produrre ricchezza per sé e per gli altri. Un luogo povero quindi non è solo desolato, è anche sterile, incapace di stimolare lo sviluppo della ricchezza materiale e spirituale delle persone che lo abitano. Incapace di indurre benessere. Non solo, ma desolazione e sterilità possono facilmente diventare i muri di una prigione dentro la quale chi trascorre la sua esistenza non riesce a vedere oltre le sbarre, rischiando di perdere ogni opportunità che pure, al di là di quelle sbarre, gli si può presentare.

Un luogo povero può diventare ricco? Trasformarsi nello strumento da usare per evadere dalla prigione, per attivare processi di crescita economica e culturale, sociale e individuale, per salire di livello su una nuova dimensione di benessere?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro e ragionare un momento sulla fase storica che stiamo attraversando.
La pandemia ha generato effetti pesanti e inattesi sul nostro sistema Paese ma, in realtà, ha impattato su un’economia già stremata da una crisi ben più che decennale in cui ci siamo assuefatti a un lento, quasi inesorabile declino, in cui gli equilibri si sono progressivamente assestati al ribasso: ci si è accontentati della sopravvivenza. Il coronavirus ha infettato un corpo che era già debilitato e per questo le conseguenze, già percepibili o attese, sono devastanti. La crisi da coronavirus ancora non si è manifestata in tutta la sua virulenza ma ha già fatto crollare in un colpo solo il castello di carte su cui il nostro fragile sistema ha continuato a poggiarsi, ha messo a nudo il ritardo strutturale della nostra economia basata sulla piccola impresa familiare, su logiche di piccolo cabotaggio, furbizie dal respiro corto, assenza di prospettiva e di visione imprenditoriale; su una pubblica amministrazione e una burocrazia in perenne ritardo e, in ossequio al principio del mero adempimento formale, spesso di ostacolo ai processi innovativi e alle pratiche virtuose; su comportamenti individuali finalizzati al proprio tornaconto immediato, volti a chiedere e mai a dare; sulla proliferazione incontrollata di diseconomie esterne (il far pagare alla collettività il prezzo delle proprie inefficienze e della propria inerzia) che si concretizzano in forme molto ben visibili di degrado dell’ambiente, della città e delle persone che la vivono. Ciò che osserviamo, di conseguenza, è l’assenza di reale competizione fra le imprese, quella fondata sull’innovazione, sulla continua crescita della qualità e delle competenze, sulla formazione, quella in altre parole che fa perno sugli asset disponibili e mira a valorizzare quelli potenziali.

Ma cos’è un asset?

Un asset – materiale o immateriale – è un qualsiasi valore che ha capacità di generare nuovo valore producendo effetti moltiplicativi che consentono alla situazione iniziale di salire di livello producendo nuova ricchezza, avviando un processo capace di condurre verso una dimensione di benessere più elevata chi a vario titolo – direttamente o indirettamente – partecipa del processo e può quindi beneficiare dei suoi effetti. Ragionare in termini di asset significa avere una visione fondata sull’investimento delle risorse per generare ricchezza in futuro, laddove invece le stesse risorse se impiegate nel consumo esauriscono i loro effetti nell’istante.
L’ambiente naturale o antropico, in particolare l’ambiente urbano, è un asset potenziale che può generare enormi effetti di ritorno in termini di ricchezza, materiale e immateriale, di benessere collettivo e individuale. Ma per intravederli ed esserne anche consapevoli è necessaria una visione, un approccio culturale che ne sveli l’essenza e possa quindi informare di sé i comportamenti individuali e collettivi. Questa visione semplicemente non c’è stata: per troppo tempo l’ambiente in cui viviamo, e in special modo quello urbano, è stato considerato come una variabile residuale, come se il degrado ambientale debba essere un prezzo inevitabile da pagare per assecondare le esigenze di produzione del reddito. Ecco, il lento declino economico e sociale che da decenni stiamo sperimentando si è tradotto in un grave declino culturale, così grave che non si è compreso che l’ambiente non è un fattore ininfluente del processo di produzione della ricchezza e che, quindi, può essere depredato con un’alzata di spalle, ma è invece il motore fondamentale di tale processo, l’asset comune su cui chiunque (persona, impresa, amministrazione) deve basare il suo impegno per generare ricchezza. L’ambiente attraversa qualunque altra dimensione in cui l’uomo intenda agire, semplicemente perché è il nostro comune luogo di vita e di azione.
Questo è particolarmente vero in una città come Roma in cui l’ambiente è chiaramente l’asset principale su cui investire e da cui partire per la rinascita, culturale, sociale ma anche economica. Ragionare e agire in una logica di asset è una sfida perché significa rinunciare a tante abitudini consolidate, significa metterci in discussione. E’ su questo orizzonte che dovremmo interagire con gli altri per far loro intravvedere la via di uscita. La crisi da Covid è uno shock che si può tradurre in uno stimolo formidabile per un ripensamento profondo e per iniziare a invertire la rotta.
Retake può svolgere un grande ruolo in questa impresa. Attraverso atti concreti che diano sostanza alle parole, progetti che con immediata evidenza sappiano mostrare la via per la rinascita, la nostra associazione può dare molto a chi è oggi in gravi difficoltà. A partire da chi vive quotidianamente la città come operatore economico e per cui l’ambiente cittadino è l’asset naturale su cui investire, anche se finora non se ne è accorto. E deve investire in attenzione e consapevolezza più che in termini di risorse economiche. Comprendere che solo un’attività economica di qualità può essere davvero profittevole e per esserlo deve necessariamente essere inserita in un ambiente di qualità, rifuggire da tentazioni di becero sfruttamento che richiamano solo frequentazioni sciatte, da turismo “mordi e fuggi”, che non lasciano altro che briciole, corrodendo il tessuto sociale e culturale e compro mettendo ogni prospettiva di crescita reale.
E’ – almeno in parte – la filosofia che tre anni fa è stata assunta dalla Regione Lazio nella promozione della costituzione di “Reti di Imprese tra Attività Economiche su Strada” e nel finanziamento di programmi di riqualificazione del territorio: a tali iniziative hanno partecipato migliaia di operatori fra commercianti, artigiani e altri soggetti economici attivi nei centri urbani della regione.

Dopo una fase iniziale densa di aspettative e interessanti prospettive, l’esito finale a Roma è stato tutt’altro che esaltante e molti programmi sono stati realizzati in modo incompleto; il grado di partecipazione dei tanti soggetti che avevano dato vita alle Reti si è rivelato troppo fragile e discontinuo per garantire il salto di qualità atteso che avrebbe dovuto far alzare lo sguardo degli operatori oltre lo sterile orizzonte degli interessi particolari, proiettandoli verso una visione più ampia per sviluppare sinergie, marketing territoriale, azioni di promozione e valorizzazione dei luoghi di esercizio della propria impresa per richiamare visitatori, turisti e residenti, creando così nuova clientela su basi non effimere: in sostanza concepire l’ambiente (fisico, culturale e relazionale) come un asset. Purtroppo invece hanno prevalso quei comportamenti prima descritti che sono stati conseguenza e causa di decenni di lento declino.

Non tutto, però, dell’esperienza fatta è stato vano, anzi: germi di una nuova consapevolezza sono stati diffusi e l’impegno alla cura del bene comune come premessa alla cura dei propri interessi è cresciuto. Ad esempio la Rete di via Merulana e la Rete Monti Alta hanno realizzato con Retake numerosi eventi che hanno coinvolto centinaia di commercianti in un impegno comune. Molti di loro, oltre sessanta, sono entrati a far parte di inRetake, il progetto volto a sviluppare negli esercenti la propensione alla valorizzazione dell’ambiente in cui operano. Con la Rete Monti Alta, in particolare, si sono organizzati numerosi interventi di rigenerazione urbana in virtù di un protocollo d’intesa sottoscritto con Retake Roma per portare avanti insieme il progetto inRetake “con la consapevolezza del ruolo fondamentale che gli esercizi commerciali svolgono nel tutelare la qualità e la vivibilità degli spazi pubblici. (…) mirando alla creazione, valorizzazione e promozione di una rete virtuosa di soggetti economici sensibili alla problematica del degrado urbano e risoluti ad operare tutelando la bellezza e il decoro, nella consapevolezza che anche il rispetto di questi valori è fattore determinante per il rilancio economico delle stesse attività di impresa, dei contesti in cui esse operano e dell’intera città” (estratto dalle premesse al protocollo).

Queste ultime affermazioni sono oggi particolarmente pregnanti: non è davvero un caso se la crisi che è esplosa in questi mesi ha provocato la chiusura di molti esercizi commerciali, in diversi casi definitivamente falliti, ma finora ha risparmiato quelli della rete inRetake, che sono rimasti sul mercato mostrando un livello di resilienza superiore.

E non è un caso se l’esperienza fatta resta viva e gli effetti sono ben visibili e durevoli, anche nella mente delle persone, compresi i residenti, che hanno partecipato sentendosi parte attiva di una comunità.

Cosa ha insegnato a noi di Retake?

Innanzitutto che le iniziative si costruiscono dal basso, non possono mai essere calate dall’alto perché se non sono realmente comprese non troveranno nessuno disposto a impegnarsi in modo altrettanto reale. E inoltre che con il mondo del commercio si deve puntare sulle eccellenze, su coloro che hanno capacità imprenditoriale, poiché in genere la forma mentis dei commercianti non è permeabile a sfide che vadano oltre l’orizzonte ristretto del proprio business e delle proprie quattro mura. E’ un passo molto difficile, per chi è abituato a guardare solo dentro, uscire fuori da quelle mura per costruire le condizioni che – esse sole – possono generare clientela e domanda di qualità. Forse non sarà mai in grado di farlo ma il tempo del Covid può anche costituire lo shock capace di risvegliare qualcuno dal sonno e spingerlo ad entrare in una dimensione più ambiziosa di crescita e non di mera sopravvivenza.
Il progetto inRetake, così come altre progettualità che Retake sta sviluppando – come quelle di urbanismo tattico, a partire dal progetto MagnificaQuintoCurzio – per avere successo nel tempo non possono che fondarsi sulla partecipazione di cittadini, commercianti, istituzioni. Serve uno sforzo comune – prima che di azione – di comprensione: serve avere la consapevolezza che l’ambiente è l’asset principale su cui investire per creare nuova ricchezza e benessere più elevato. Ciascuno può fare la sua parte.

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