articolo di Giuseppe Romiti

Michele (nome di fantasia) è un nostro volontario. La prima volta decise di scendere in strada spinto dalla curiosità verso quelle persone che, indossando la pettorina blu “Retake”, stavano restaurando un murales di fronte casa. Era nel suo interesse, perché non aiutarli? Aveva offerto una disponibilità non da poco, e poteva tranquillamente chiuderla lì con un “arrivederci e grazie”. Senonché, forse a causa di un sorriso intravisto, di una battuta ascoltata, in quel clima gioviale, tipico dei gruppi che sentono di fare una cosa “buona”, qualcosa era entrato in lui. Qualcosa che, per farla breve, nel giro di dieci anni, ha spinto centinaia di cittadini ad associarsi in decine di gruppi di quartiere per costellare la città con migliaia di interventi! Un fenomeno travolgente!

Al di la della facciata

Quel “qualcosa” non appartiene alla sfera delle decisioni “razionali”, hai voglia a dire che lo fai per “questo” o per “quello”. E’ evidente che, senza il supporto di una adeguata carica “emotiva”, il nostro impegno si infrangerebbe contro il muro delle delusioni che la realtà ci oppone.

Eppure Michele non era affatto un tipo “adatto” per gli slanci di generosità. Era stato costretto a chiudere il negozio di fioraio che da generazioni era un punto di riferimento nel quartiere, per lasciare il passo ai baracchini low-cost gestiti dai bengalesi. Poi, con l’avanzare del virus, iniziò ad odiare i cinesi, e decise di non comprare più il “made in China”. Dovette desistere quando, con orrore, realizzò che almeno l’80% dei prodotti di consumo viene da quel paese, ma se la legò al dito.

Al di la della facciata

Quel misto di paura, ansia e risentimento si è diffuso a macchia d’olio nella odierna società globalizzata ed è spesso affrontato con due tipici atteggiamenti. Lo descrive accuratamente Elena Pulcini, ordinaria di Filosofia Politica all’università di Firenze, nel libro “La Cura del Mondo – Paura e responsabilità nell’età globale” (Bollati Boringhieri, 2018). Il primo atteggiamento è l’indifferenza dello spettatore apatico di fronte a uno schermo, incline a placare l’ansia attraverso il consumo compulsivo. Il secondo è la socialità angusta e aggressiva, che si realizza stringendo relazioni in cui “l’affermazione del Noi avviene solo opponendosi a un Loro, reinventato come nemico, nelle quali la solidarietà all’interno sfocia in ostilità e violenza all’esterno”. Scorrendo i nomi sul citofono del condominio, compresi i vostri, non dovrebbe essere difficile riconoscere in quei comportamenti le persone in carne ed ossa.

La paura, quindi, sarebbe un sentimento centrale nella società contemporanea e spingerebbe le persone a rifugiarsi nell’indifferenza o a cercare alleanze contro un nemico inventato. Grazie al cielo, e ad una puntuale rielaborazione del pensiero di alcuni importanti filosofi sociali, ci viene subito proposta una via d’uscita. Infatti, incalza l’autrice con pacato ottimismo, se riuscissimo ad “ascoltare” la paura, potremmo andare incontro ad un salutare stress emotivo che ci aprirebbe ad una vera e propria “rivelazione”. Ci farebbe prendere coscienza della nostra vulnerabilità, dei nostri limiti e dell’impossibilità di esistere, se non in relazione agli altri.

Forse è così che il nostro amico Michele è riuscito a evitare la trappola della solitudine e del risentimento. Infatti, il sentire di “essere in relazione” con l’altro determina il nostro senso di responsabilità prima ancora di poter esprimere la nostra libera volontà. E’ come se fossimo forzati a dare una “risposta obbligata a una chiamata, a una convocazione che proviene dall’altro”. Accidenti! questa frase è da ripetere ogni volta che ci rivolgono la triste domanda: “chi ve lo fa fare?”. E sarebbe divertente vedere l’effetto che fa.

A parte gli scherzi, continuiamo a seguire il ragionamento: se si affronta la paura, e si diventa consapevoli della propria “fragilità e dell’interconnessione di ciascuno con il destino e le vite degli altri esseri umani” si entra in un’esperienza ”trascinante” che rende l’uomo capace di “farsi carico dell’altro”, cioè di “prendersene cura”. Dalla responsabilità, quindi, si passa al “concetto di cura che coniuga in sé (…) il significato di preoccupazione e sollecitudine (…) e pone l’accento sull’impegno attivo, concreto ed esperienziale”.

E’ evidente, anche se non era nelle intenzioni dell’autrice, che qui si sta delineando un ritratto che ci somiglia. Quando Michele, il nostro amico, partecipa ad un evento Retake, non è contento perché “ha pulito” qualcosa, sarebbe una ben magra soddisfazione. Il lavoro di cura, anche se fatto di piccoli gesti, prima di essere necessario all’ambiente ed agli altri, è necessario a noi stessi, perché soddisfa il bisogno insopprimibile di “essere in relazione” con l’altro. Ed è importante anche per l’altro, perché infonde fiducia, crea partecipazione, aiuta a fuggire la solitudine dell’anonimato, a spezzare legami claustrofobici, e sconfigge l’incuria che avvelena le relazioni umane e noi stessi.

Quindi evviva il lavoro di cura! Purché si faccia un taglio netto con il passato, facendo sì che “questa nozione venga sottratta alla sua tradizionale e restrittiva identificazione con la sfera privata per essere riconosciuta come principio (e bisogno) universale”.

Su questo tasto batte anche un’altra “esperta” del lavoro di cura, Annalisa Marinelli che, nel libro “Citta della cura” (Liguori, 2016) segue un approccio di tipo “urbanistico” più divulgativo, ma non per questo meno ricco di temi e stimoli, da cui ci permettiamo di estrapolare uno spunto di natura “politica”:

“L’aspetto più duro della cura è dato dal suo scarso riconoscimento sociale”. Resiste ancora “una gerarchia simbolica che ha estromesso il lavoro di cura dalla politica e dalla cultura”, “nel pregiudizio che esso non aggiunga valore ai materiali su cui opera” a causa della sua “gratuità intrinseca“.

Viene così evidenziata la svalutazione del lavoro di cura, confinato ai margini della storia e dei processi che la muoverebbero (rivoluzioni sociali e scientifiche) in un ruolo marginale imposto prevalentemente alle donne. E’ un errore che a volte induce allo scandalo chi osserva un gruppo di volontari alle prese con pale, ramazze e rastrelli. Un malinteso dovuto, evidentemente, alla persistenza di un pregiudizio, anche dove meno te lo aspetti.

In particolare, laddove si privilegia una lettura “conflittuale” o “antagonista” dei fenomeni sociali, i due testi che abbiamo appena suggerito potrebbero costituire una buona occasione di confronto e riflessione. Per evitare di fare di tutta l’erba un fascio. Come avviene quando si associano le iniziative di mobilitazione della cittadinanza per la cura del territorio alle derive autoritarie di alcune politiche statunitensi di “decoro urbano” o

di “tolleranza zero”. Perdendo così di vista una differenza di fondo: le prime partono “dal basso” con lo scopo di favorire la coesione sociale e la solidarietà, niente a che fare con gli eventuali intenti repressivi o classisti delle seconde.

Al di la della facciata

In ogni caso abbiamo fiducia di poter superare ogni malinteso o pregiudizio, basterà produrre fatti, continuando a essere “cittadinanza attiva”, che si preoccupa dei luoghi e delle persone con la stessa sollecitudine con cui potremmo farlo a casa nostra. In questo senso citiamo ancora un volta Annalisa Marinelli: “La gestione della complessità e dell’imprevisto prevede una grandissima flessibilità, ma anche (…) quella capacità di inventare soluzioni qui ed ora con quello che si ha a disposizione”. Con il sorriso sulla bocca, fuori da lotte di potere, schemi ideologici, obbedienze partitiche ma con un fine molto, molto “politico”: prendersi cura della città per mandare avanti una “Rivoluzione Gentile”.

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